martedì 18 dicembre 2012

Bruno.JJ1/01

Start up, nuovo progetto.
Primi bozzetti...

giovedì 13 dicembre 2012

KNN+BDR • 9th preview

Una doppia tavola!

• Matite in lavorazione (si vede anche lo sketch) - clicca per ingrandire.

• Matite definitive - clicca per ingrandire.

• Neri in lavorazione (senza tratti spessi e campiture) - clicca per ingrandire.

• Neri definitivi - clicca per ingrandire.

• Altre vignette - clicca per ingrandire.

• Tavola definitiva, o quasi - clicca per ingrandire.

lunedì 26 novembre 2012

Hashtags #2

L'esperimento sulle "prove tecniche di traffico" mi ha deluso su tutta la linea. O comunque non ha funzionato. Rimuovo le foto, sostituendole con un Capriccio :)




venerdì 9 novembre 2012

Mi piace assai...

Just girls • Otto Schmidt Art
















martedì 6 novembre 2012

#LCG2012 hashtags

#lucca2012 #deltoro #tunuétutta #kuore #cajellipapà #ranxintegrale #bao #bar #granguinigi #tipitondi #zerocalcare #tortadiriso #giovannibufalini #magomatteo #selfarea #casatunué #tonysandoval #alino #ramalserena #paninicontest #fusioni #acquisizioni #fuffa #lamarciadelgranchio #ottokin #giulio #thomasmagnum #...

mercoledì 31 ottobre 2012

Antonio Spirito e la "sua" gente da Rocinha.


La prima volta che ho incontrato/conosciuto Antonio - Antonio Spirito - eravamo, mi pare, a Romics.
Credevo fosse il nuovo ufficio stampa delle Tunué, io che come al solito non ci capisco una fava! Credo di aver realizzato che si occupasse del commerciale solo in occasione del loro strafighissimo Temporary Shop a Latina nell'estate 2011. Mentre ho capito che è uno dei soci soltanto una mese fa, tanto per dire.

La cosa che però ho notato subito, è stata la sua macchina fotografica.
Antonio ce l'aveva sempre appresso, allo stand come fuori, che fosse per fotografare un bel cosplay che stava passando in quel momento o il viso stupito di un bambino circondato da tutti quegli strani personaggi. E mi sono accorto - anche qui quasi subito - di quanto fosse dannatamente bravo!
Nei ritratti di chi disegna, così come in mille altri particolari che in quei luoghi io stesso non avrei mai notato. Ho iniziato ad osservare le sue fotografie ogni qual volta ne pubblicava di nuove nel suo profilo Facebook, fino a Gente da Rocinha (a cui arriviamo tra poco).

Non solo: mi piacerebbe poter dire (e casomai, eventualmente, sarà Antonio a contraddire questa mia sensazione) di essermi preso subito molto bene con lui. In termini di carattere, di affinità, di pelle. Si, d'accordo, non nascondo che sono sempre affascinato dai viaggiatori come lui (di certo, molto più di tutti quei colleghi fumettisti che - in fiera - mi parlano del loro ultimo fumetto partorito nella loro cameretta). Tanto più se - con la fotografia, per esempio - sanno anche "raccontare" le loro esperienze. Però non è un caso se in meno di due anni che lo conosco, ho parlato molto più con lui di quanto non abbia fatto in dieci anni con Emanuele e Max.
Beh, a onor del vero, Max è anche un caso un po' particolare!!!
Comunque ora non me ne vogliano entrambi gli altri miei due boss ;)

Ma torniamo ad Antonio, perché c'è stato un momento (espresso soltanto oggi, con questo post) in cui ho sentito la necessità di condividere/divulgare ciò che fa, per COME lo fa.
Allora l'ho invitato qui sul blog, gli ho rivolto un paio di domande a mo' di intervista, ma soprattutto - più delle parole stesse - volevo che a parlare fossero le sue fotografie, i suoi ritratti, gli occhi dei bambini (e non solo) che ha immortalato nella Rocinha.

«Mi chiamo Antonio Spirito, 42 anni, sono uno dei soci di Tunué e in casa editrice mi occupo della parte commerciale. Sono laureato in scienze politiche con un master in gestione delle risorse umane. Ho iniziato le mie esperienze lavorative occupandomi di formazione, ricerca e selezione del personale per poi passare gradualmente al settore commerciale»

Com'è nata la tua passione per la fotografia? Come l'hai coltivata?
La prima macchina fotografica ma la regala la mia fidanzata d'allora, per i miei 26 anni, una Canon Ixus M-1 con pellicole aps. Per molti anni sento l’esigenza di studiare la fotografia, di approfondire, di affinare, ma tengo questa voce lì in un angolo e libero la voglia di fotografare solamente nei miei numerosi viaggi. Da autodidatta e con mezzi tecnici modesti, cerco di comporre dei reportage che possano negli anni tenere vive le emozioni vissute nelle esperienze fatte in molti paesi del Centro e del Sudamerica (Perù, Bolivia, Colombia, Messico, Guatemala, Cuba, Brasile, Cile, Argentina), in Nuova Zelanda, in Sudafrica, in Marocco, in Turchia. Le immagini che porto a casa, però, mi lasciano sempre l’amaro in bocca, ma questo accade ancora oggi e accadrà sempre! E soprattutto hanno un grande assente: l’uomo! Sono sempre e solo immagini di paesaggi meravigliosi ma sempre deserti, disabitati; non mi sentivo in grado di fotografare le persone.
Con l’arrivo dei 40 anni, invece di comprarmi una moto, mi faccio regalare dai miei amici più cari un corso base di fotografia. Lo frequento, e successivamente un altro avanzato. Grazie ai miei insegnanti - e al confronto con i miei compagni di corso - affino la mia sensibilità verso la composizione dell’immagine, miglioro le mie conoscenze tecniche e alleno il mio occhio fotografico. Inizio a leggere molto, a guardare le foto dei grandi, a frequentare mostre fotografiche. Sin dai primi mesi del corso mi cimento in lavori molto diversi tra loro: copertine di libri, foto per agenzie in sala pose, foto commerciali, matrimoni, still life. Oggi la mia passione sono i ritratti. Nelle mie foto non cerco la perfezione tecnica, ma cerco l’emozione autentica con un linguaggio semplice. Lo scatto è l'ultimo tassello di un dialogo che instauro sempre con il soggetto che scelgo di fotografare. Dopo aver partecipato ad alcune mostre collettive, Gente da Rocinha è la mia prima mostra personale.

Come ci sei finito in una favela? Volendo, potevi andare a Rio durante il Carnevale e immortalare scuole di samba e tonici culi danzanti…
Sono stato in vacanza a Rio de Janeiro a fine febbraio di quest'anno. Volevo rilassarmi al mare, vivere il carnevale e contemporaneamente riuscire ad andare in una favela. Grazie a un mio caro amico che per alcuni mesi l'anno vive lì, sono riuscito a conoscere delle persone che collaboravano con una Onlus italiana che opera alla Rocinha, la favela più grande di tutto il Sudamerica. Per mesi gli ho rotto le scatole in tutti i modi, spronandolo a trovare il modo di farmi entrare in Rocinha. Ero determinato. Sentivo che c'era qualcosa che dovevo fare lì. L'occasione è venuta con una festa che organizzavano nella zona più urbanizzata della Rocinha, con i bambini della scuola materna, insieme agli adolescenti che seguono i vari programmi socio-educativi della Onlus Il sorriso dei miei bimbi.
L'impatto è violento: passo dalla spiaggia di Ipanema a una stradina dissestata con assembramenti disordinati di gente, moto smarmittate che sfrecciano e poliziotti con giubbotti antiproiettile e mitra spianati. Facciamo due passi e ci troviamo i bambini della scuola pronti a suonare per noi. Intorno la sensazione era quella di un posto bombardato qualche giorno prima. Iniziamo il corteo per le strade della favela e io inizio a scattare, mentre i bambini davanti suonano e la violenza dell'impatto inizia ad essere superata. Comincio a parlare con le persone che ho intorno ed a un certo punto conosco Barbara Olivi: lei è la presidente della Onlus. E' quella che ha fatto tutto qui. Ha mollato l'Italia, una vita agiata, la carriera, gli affetti ed è venuta qui. Ha scelto di vivere dentro la favela, ci vive da più di dieci anni ed è la donna più felice del mondo. Mi chiede di mostrarle qualche scatto, gli passo la mia reflex e mi propone di tornare per trascorrere una giornata con lei andando nelle zone più remote della favela per realizzare un reportage fotografico. Ero finalmente riuscito ad ottenere quello che stavo cercando da mesi!
Così qualche mattina dopo io e il mio amico Cristiano siamo tornati alla Rocinha. Barbara ci aspettava alla fermata del pullman; abbiamo chiesto un passaggio a tre motociclisti per salire nella parte più alta della favela: a sinistra panorama da sogno, sotto di noi Ipanema, Lagoa, Copacabana e la meraviglia della foresta pluviale che circonda la cidade maravilhosa; a destra un assembramento infinito di baracche, povertà, sporcizia, emarginazione e strade straboccanti di umanità. Dopo un'ultima occhiata a sinistra, inizia la nostra camminata senza meta. Tutto improvvisato. La giornata la faranno le persone e i bambini che incontreremo. I ritmi li scandiranno loro. Il reportage sarà spontaneo. Il risultato è quello che potete vedere dalle foto.
Gente da Rocinha è diventata una mostra che è stata ospitata per due mesi alla libreria La Feltrinelli di Latina. A fine novembre sarà ospitata anche a Livorno. Alcune foto sono state pubblicate sul sito de La Repubblica.it; le foto vengono vendute dai volontari della Onlus nelle varie manifestazioni alle quali partecipano. Presto, inoltre, sarà disponibile il Calendario del Sorriso 2013 con i miei scatti.
Oggi mi sento parte integrante della Onlus e ho conosciuto persone meravigliose: Barbara, Marco, Filippo, Emma, Tania.  L'idea e il desiderio sono quelli di continuare un percorso insieme, di cui questo è solo un primo passo. Spero di potervi aggiornare presto con nuove iniziative!

«In Rocinha la vita pulsa e ti avvolge, ti affascina e rigetta, ti tramortisce nelle sofferenze altrui; un luogo dove la sopravvivenza è una scommessa quotidiana. Da oltre dieci anni, tra le fogne a cielo aperto e le baracche senza acqua e dignità, ci occupiamo di bambini e giovani, attraverso un percorso educativo stimolante e creativo»
Barbara Olivi












martedì 23 ottobre 2012

KEEP IT REAL?

o anche: cronologia di una bagarre

Voglio tentare una ricostruzione cronologica, ad uso e consumo di CHIUNQUE, nelle stessa maniera in cui lo ha fatto un'autorità in materia come Dee'mo.
D'altronde lui ha i suoi lettori, io i miei.

Perché fondamentalmente per me - prima di tutto - si è trattato di una grande occasione sprecata, mandata in malora (anche e non solo) da tanti equivoci e da tanti rancori sopiti. Ovviamente anche da tante CONVENIENZE, se la base delle tue argomentazioni è spingere gli artisti che rappresenti. Ma andiamo con ordine.

La grande occasione era rappresentata dalla proiezione di "The Art of Rap" di Ice T nei cinema italiani. Solo per tre giorni. Solo nel circuito The Space. Poteva essere un momento IMPORTANTE per la scena hip hop nazionale: un momento di grande visibilità, di dibattito e confronto. E invece no.

Tra i partner di questa speciale proiezione italiana, risultava la Big Picture Management di Paola Zukar. Tenete conto (anche chi di voi non mastica hip hop) che suddetta signora era la co-direttrice di "Aelle", lo storico hip hop magazine italiano che per anni è stato l'unico e imprescindibile punto di riferimento di tutta la scena (di cui io stesso ero vorace lettore, prima durante e dopo esserne competitor).
Dopo la chiusura di "Aelle" nel 2000, la Zukar ha lavorato diversi anni in Universal (nel segmento urban), portando alla major diversi rapper che hanno ottenuto un buon successo commerciale e diventando - proprio con la Big Picture - manager di artisti quali Fabri Fibra, Marracash, Entics, Ghemon.
In occasione dell'anteprima stampa di suddetto film, il canale Bonsai.tv (?) realizza alcune brevi interviste a scopo promozionale, dando parola alla Zukar e ad alcuni dei suoi artisti presenti.
Beh, APRITI CIELO!!!



Il video innesca immediatamente una valanga di polemiche. Viene rimosso. Poi ricaricato.
La Zukar, quello stesso pomeriggio, scrive sul proprio profilo Facebook:
Amici… Fratelli... Semplici conoscenti... Haters... E' apparsa per un attimo su youtube una fraintendibilissima parte di una mia intervista rilasciata a Bonsai TV per l'uscita nei cinema di The Art Of Rap. Sono stati estrapolati 15 secondi in cui faccio un commento sul rap italiano degli anni '90 che preso così di per sé è decisamente infelice. Ho fatto togliere quella parte perché non è assolutamente il mio pensiero: ho lavorato ad Aelle dal '92 al 2001 e so bene il valore del rap italiano di quegli anni, di artisti come i Sangue Misto, Neffa, Deda, i Colle Der Fomento, gli Articolo 31, gli OTR, i Sottotono, gli Uomini di Mare e molti altri ancora. Nell'intervista, per intero, parlavo in generale di un periodo, soprattutto dal punto di vista del riscontro e del pubblico, non di artisti particolari né di specifiche qualità: ecco perché sostengo che il "bambino" sia nato nella seconda metà degli anni '00 e non negli acerbi anni '90, pieni di entusiasmo, passione e tentativi più o meno riusciti, ma mancanti, per mille motivi, di grande pubblico. E comunque, al di là dei gusti o del riscontro, nessuno può negare la vitale importanza del rap italiano degli anni '90 senza il quale nessuno di noi sarebbe qui oggi. Questo è il mio reale pensiero in merito a quel periodo.

Tra i primi a REAGIRE c'è Dj Skizo, che - nei commenti - le risponde:
STAI SCIVOLANDO SU UNO SPECCHIO DAL GIORNO CHE HAI INIZIATO A FARE LA FACCENDIERA DI UNA ARTE A TE SCONOSCIUTA CHE TI HA NEGATO LE CHIAVI DI ACCESSO AD UNA CULTURA A TE TANTO PIU' SCONOSCIUTA... DA QUI A ERIGERTI SPOKESGIRL DI UN MOVIMENTO E DI QUELLO CHE E' STATO FATTO DA GENTE LONTANA ANNI LUCE DAL TUO TUO SPESSORE CE NE PASSA... CONTINUA A FARE BUSINNES E LASCIA LA CULTURA A CHI STUDIA E SVILUPPA COSE... A TE SCONOSCIUTE.. .VEDI SCRIVERE ED APPREZZARE NON SIGNIFICA FARE... SEI NATA COME FAN E RIMANI TALE... PAGA IL BIGLIETTO UNA VOLTA ANCORA PER VEDERE LA REALTA'... O RIMANI IN SILENZIO.

A ruota, interviene anche un'altra autorità come Next One, preferendo però giocare in casa, cioè dal suo blog personale.
Potete leggerlo QUI

Paola Zukar tenta nuovamente di spiegarsi meglio attraverso una "lettera aperta" pubblicata sul sito Hotmc, ma oramai l'impressione generale (non solo un'impressione, in realtà) da parte di TUTTA la scena, è quella di un estremo tentativo di arrampicarsi sugli specchi.
Potete leggerlo QUI

E con un'irruenza maggiore dei suoi "colleghi" anche Esa lancia la sua risposta attraverso Youtube (centrando la sostanza, ma - secondo la mia modesta opinione - sbagliando la forma):



A seguito della grande bagarre che si scatena ora dopo ora, giorno dopo giorno, viene ritirato in ballo un articolo di Michele "Wad" Caporosso pubblicato pochi giorni prima sull'ultimo numero di "Rolling Stones", nel quale il giornalista ESALTA il tutto esaurito al Forum di Assago durante il recente compleanno di Hip Hop TV (dove erano ovviamente presenti gli artisti della Big Picture, per una serata all'insegna del knowledge giustamente presentata da Max Pezzali ed Elisabetta Canalis): "È questa la Golden Age del rap italiano, quella dei grandi risultati!"
Potete leggerlo QUI

Non contento delle cialtronate scritte (e con la coda di paglia che evidentemente gli va a fuoco), Caporosso alza il tiro con un nuovo pezzo su Rock.it: "Levatevi dalle palle!!!"
Potete leggerlo QUI

Il giornalista linka il suo pezzo per Rock.it sul proprio profilo Facebook, nel quale - commento dopo commento - si alza ulteriormente il flame. Nel dibattito scatenato, intervengono altri noti giornalisti di settore, tra i quali Michele Monina, Damir Ivic e David Nerattini. Ad un certo punto addirittura lo stesso Marracash.
Se ne avete voglia, andatevelo a cercare... e preparatevi i pop corn!

A mettere altra benzina sul fuoco, ci pensa anche un quotidiano come "Il Giorno" che pubblica un pezzo firmato da Federico Magni: "Guerra nel mondo hip hop - Scoppia la rivolta della vecchia guardia"
Potete leggerlo QUI

La bagarre esce dai confini nazionali.
Da Londra Dj Pug a.k.a. The Man in Red (che peraltro scriveva regolarmente anche sul mio "BIZ") dice la sua con ben due episodi della sua videorubrica su Youtube. Un intervento lucido ed ironico. Pregno della sua immensa cultura musicale. Non solo: pregno di selezioni ad hoc...





In maniera analoga, Danno (Colle der Fomento) con Dj Craim e Kaos dicono adeguatamente la loro - con grande stile -  attraverso la trasmissione radio "Welcome 2 the Jungle". Anche loro, piuttosto che tante inutili polemiche, lasciano che a parlare sia SOLO la musica:



Ma quasi come fosse la ciliegina sulla torta (del flame) proprio il 18 ottobre Albertino decide di resuscitare "One Two One Two" su Radio Deejay (credo di capire SOLO per la tivvù) e - soprattutto - decide di affidare la conduzione a... a Emis Killa!?!
Ancora altra benzina, insomma?



A questo punto anche il nostro Ice One (che in realtà qui e lì aveva già commentato qualcosa) lancia il suo appello: Diffondete e condividete!!!! Fatemi Un favore personale :) Questo messaggio è rivolto a chi ha qualche annetto sulle spalle come me!!! Postate tutti i video degli emergenti (hip hop) che ritenete di valore su questa pagina... aprendola capirete il perchè... Daje!!!

Come dire che - anche tra i giovani (visto che Albertino parlava a loro, di loro) - esistono realtà assai più valide e CREDIBILI in termini sia di puro rap, che di cultura hip hop.

Tra i mille commenti fioccati per quasi dieci giorni sul web (che sarebbe impossibile raccogliere per intero, visto il loro "sparpagliamento" su siti, blog e social vari) ogni rappresentante della old school e/o della scena rap degli anni '90 lancia le sue invettive. Sono davvero tanti, troppi.
Alcuni di loro, paradossalmente, in realtà negli anni '90 nemmeno c'erano!
O non avevano nemmeno dieci anni!!!
Fatto sta che OGNUNO si sente in diritto di scrivere/postare, cosa che secondo me - portata così all'eccesso - è percepibile (quasi) come un autogol, nonostante le buone intenzioni e il legittimo orgoglio.

Tra le tante voci, merita invece una particolare attenzione quella di Malaisa, che scrive un chiarissimo pezzo per il blog di "Panorama", nella sezione Women in Web.
Potete leggerlo QUI

Probablimente la questione non è ancora finita.
Si, di certo il flame si sta placando, ma ci sarebbero davvero ancora tante cose da dire (o non dire).
E ci sarebbero da tirare alcune somme, dopo tutto ciò.
Per esempio domandarsi COME STA MESSO realmente l'hip hop italiano.
O ancora DOVE STA ANDANDO questo hip hop italiano.

Dopodichè (con la bagarre che nemmeno si è conclusa del tutto) ci si mette pure Morgan dal suo piedistallo su "X-Factor" a confondere le acque su questa cultura, sulla sua identità.
E doveva farlo proprio questi giorni?
In questo caso, utilizzo il video custom caricato su Youtube da Othello:



Perché - siamo d'accordo - magari la Zukar ha OFFESO (?) tanti mc's "scarsissimi" degli anni '90, che però poi - di fatto - l'hanno buttata sul quanto sia scorretto e pericoloso riscrivere la Storia, a rischio di raccontarla male ai teenagers che si stanno avvicinando al rap proprio grazie a questi nuovi artistelli hip-pop.
Come se - insomma - in fondo fossimo preoccupati per loro, per i giovanissimi!

Ma un Morgan - per il seguito che ha, per i numeri che fa - questo equivoco lo crea anche tra gli adulti, nella PERCEZIONE che l'italiano medio (leggi: il telespettatore) può avere della nostra tanto amata Cultura. L'italiano medio, si: quello che poi su Facebook scrive quanto sia colto Morgan, quante ne sa! Quello che ci ritroviamo accanto ogni giorno all'università, in ufficio, in palestra, in ascensore, a cena a casa di amici. Oh, mio Dio!

giovedì 11 ottobre 2012

Vermeer a Roma.

Il secolo d'oro dell'arte olandese.


Con un certo ritardo, lo so. Ma tanto dura fino al 20 gennaio 2013, quindi vale oggi come una settimana fa!

Quando studiavo all'Accademia di Belle Arti di Roma (per la precisione, pittura con Enzo Brunori) al secondo anno mi capitò Giorgio Di Genova come docente di Storia dell'Arte, il professore più presuntuoso ed egocentrico che abbia mai conosciuto in vita mia (fate conto che litigammo durante il mio esame, quindi vi lascio immaginare come finì); ad ogni modo, come tutti gli altri docenti dell'Accademia anche lui aveva la sua "assistente", di cui ora - ahimè - non ricordo più il nome, se non che aveva i capelli corti corti ed era davvero bravissima!
Una di quelle professoresse che - lezione dopo lezione - riescono ad instillare l'entusiasmo nei propri studenti, facendogli amare la materia. Era un fiume in piena. Sempre. Per ogni ora passata in quell'aula sulla Passeggiata di Via Ripetta.

Così, mentre Di Genova ci ammorbava con il suo programma di quell'anno sulla pittura italiana contemporanea (Burri, Capogrossi, Fontana, etc. che non sarebbero stati nemmeno male raccontati da qualcun altro) lei - che aveva lezioni tutte sue - ci incantava con la pittura fiamminga e olandese del XVI e XVII secolo. Su tutti, ed erano tanti, io stesso ho amato particolarmente due di essi, cioè Antoon Van Dyke (insieme a Rubens, un caposcuola del barocco fiammingo) e Johannes Vermeer.

Ecco, fatta questa personalissima introduzione, c'è da sapere che Vermeer è in mostra a Roma, alle Scuderie del Quirinale fino al prossimo 20 gennaio 2013.
In realtà le sue tele (dal vivo, molto più piccole di come me le immaginassi sui libri di storia dell'arte) sono soltanto 8 su 57, ma vuoi per la qualità degli altri pittori - vedi Van Vliet, De Witte, Vosmaer, Maes, Metsu, De Hooch e tanti altri - o vuoi per l'assoluta eleganza dell'allestimento, credetemi se vi dico che vale davvero la pena andarci!

Non troverete quello che probabilmente è il suo quadro più celebre (cioè la "Ragazza con orecchino di perla" resa famosa da un romanzo di Tracy Chevalier e in seguito da un film di Peter Webber) ma curiosamente c'è lo stesso soggetto ad opera di Carel Fabritius.
Troverete però la "Ragazza con il cappello rosso", altrettanto meritevole ed ammirata.
E molto altro ancora con cui rifocillarvi gli occhi.
Quindi fate un favore a voi stessi.
Andateci.

mercoledì 26 settembre 2012

venerdì 14 settembre 2012

Prometheus.

C'erano tre film che volevo vedere quest'anno al cinema. Solo tre. Uno di essi era "Prometheus" di Ridley Scott, sul quale avevo riposto grandi grandissime immense aspettative, che di per sè - probabilmente - è già un modo sbagliato di entrare al cinema.
Con questa premessa, ovvio si capisca subito che suddette aspettative siano state piuttosto deluse. Ora, sia però altrettanto chiaro che entrare in sala per vedere un film di fantascienza - di questi tempi - peraltro firmato da Scott è comunque un'occasione di quelle da non perdere, perché da un punto di vista esclusivamente visivo, registico e fotografico è qualcosa di impressionante (le sequenze iniziali sono straordinariamente belle). Al contempo, a 33 anni dal suo capolavoro "Alien" non potevamo aspettarci un'opera di tale caratura, che potesse minimamente competere con la creatura originale.
Anche perché, per quanto mi riguarda, "Alien" era perfetto già così come era stato concepito, e non ho mai avuto bisogno di alcuna appendice che mi spiegasse chi fossero quegli splendidi e spietati schifoidi, da dove venissero, quale fosse la loro origine e via dicendo.

Il buon vecchio Ridley, pur giocando a colui che vuole innocentemente (?) "distaccarsi" dalla mitologia di quella saga con un film assolutamente nuovo - casca però nel più gongolante autocitazionsimo (come qualsiasi grande autore di questo mondo, che fondamentalmente passa la vita a raccontare sempre la stessa storia) e - soprattutto nel finale - tenta impacciatamente di piazzare qualche elemento di raccordo con il suo primo film, quando la Nostromo riceve il segnale di S.O.S. dalla luna di un grande pianeta e vi trova i resti di una nave spaziale (che vedremo in QUESTO film) piena di uova.

Sostanzialmente, oggi questo genere di pellicole si basa principalmente sugli effetti speciali (tristemente anche sul 3D) mentre i cosiddetti "film di una volta" facevano perno sulla scrittura, sulla BUONA scrittura, su solidi impianti narrativi per i quali poi trame, dialoghi e contesti funzionavano come meccanismi ad orologeria.
"Alien" prima ancora di essere di fantascienza (e di fatto lo era, non dico il contrario) era un horror/thriller che per tutta la durata della visione ti toglieva il fiato; "Prometheus" è un POSSENTE film di fantascienza, nulla di più e nulla di meno. Con tutti i suoi limiti narrativi, pur se comincia davvero alla grande, soprattutto per come affronta il tema della Fede.

Non voglio spoilerare nulla (perché - lo ripeto - va visto) ma c'è un preciso momento del film, da quella che è forse la scena più disturbante/impressionante (un'operazione chirurgica) in cui tutto comincia ad andare a rotoli, sistematicamente. Da quel momento in poi, la trama diventa quasi ridicola, ogni personaggio perde qualsiasi abbozzo di caratteristica avesse potuto avere fino a quel punto. Non ha senso chi muore e COME muore, così come non ha senso chi resta in vita e COME resta in vita, alla faccia di qualsiasi espediente possibile!
Insomma, da quel momento in poi, se fossi Ridley Scott sarei imbarazzato (eppure se lui gira in Porsche e io con una Ford Fiesta qualcosa vorrà pur dire, soprattutto che non gliene fotte una cippa); "Prometheus" è un film ridondante e pretenzioso che non ha nessuna carta valida per essere considerato un capolavoro del cinema contemporaneo (potevo casomai dirlo per il suo "American Gangster", che era perfetto), che va visto per il suo impatto visivo e va dimenticato per il suo finale… dopo il quale - e lo dicevo scherzando all'uscita dell'anteprima stampa - potremmo anche ipotizzare un crossover con la missione quinquennale dell'Enterprise, alla ricerca di nuove forme di cultura e di vita nello spazio profondo!

Detto questo, recitativamente parlando, il mio plauso personale va a Michael Fassbender ("300", "Bastardi senza gloria", "Jonah Hex", "X-Men: l'inizio") che probabilmente interpreta il miglior personaggio del film, cioè l'androide David. Ma - sarò di parte? - va anche a Idris Elba, cioè il Capitano Janek dell'astronave Prometheus, che altri non è che il superfighissimo Stringer Bell del serial televisivo "The Wire"… che infatti SPACCA, e che infatti è l'unico che si tromba Charlize Theron (tra l'altro con stile da vendere!).
Curiosamente anche Elba, oltre ad aver già lavorato con Scott nel succitato "American Gangster", come Fassbender ha recitato in diversi film tratti da fumetti, come "The Losers", "Thor" e il recente "Ghost Rider".
Assolutamente INSIPIDA, invece, colei che dovrebbe risultare la protagonista, quella Noomi Rapace che ricordo solo per la sua parte nella trilogia svedese di "Uomini che odiano le donne" (che nemmeno mi è piaciuta). Inadatta, inverosimile, ad anni luce di distanza dallo spessore di Ripley o anche solo dal talento di Sigourney Weaver!

"Prometheus" insomma, non passerà alla storia come il miglior film dell'anno, ed è un vero peccato considerando che aveva tutte le potenzialità per esserlo dell'intera decade! Allora bisogna che io mi riveda "Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno" (un altro dei tre film di cui parlavo in apertura) per dargli una seconda chance... ;)

sabato 4 agosto 2012

John Murphy si fa in due.

I cinefili più accaniti e/o gli appassionati di colonne sonore non possono non conoscere John Murphy (tra i suoi lavori, anche il bellissimo original score del "Miami Vice" di Michael Mann). Ci sono due film in particolare che sono notevolmente arricchiti dalle sue musiche, che sublimano a pieno il pathos drammatico del racconto. Veramente da brivido.
Ora - in quanti se ne saranno accorti? - in alcuni dei momenti topici del "Sunshine" di Danny Boyle e nella scena madre del "Kick-ass" di Matthew Vaughn (cioè la sparatoria stroboscopia al rallentatore, che culmina nella morte di Big Daddy) il Maestro Murphy utilizza praticamente LA STESSA composizione, anche se con un arrangiamento più orchestrale nel primo caso e più elettrico nel secondo.
Non che la cosa sia poi così celata, essendo entrambe le tracce sottotitolate "Adagio in D minor" anche nei booklet delle rispettive soundtracks (con la sola eccezione che nel primo film il titolo vero e proprio è "Sunshine", mentre nel secondo è "Strobe")… ma quello che mi chiedo è: in casi come questo, come funziona? Murphy viene comunque pagato due volte?

Ad ogni modo, acoltatevele perché meritano:

giovedì 26 luglio 2012

KNN+BDR • 8th preview

Un'anteprima in tre colpi!!!



venerdì 20 luglio 2012

Un passo indietro.

Comicon + blog report = egotrip?

Ora tocca fare un passo indietro.
In fondo l'avevo anche annunciato, quando scrivevo “casomai ne parlerò direttamente con Claudio, quando si sarà meritatamente riposato”… anche se a questo punto il Comicon di Napoli (e questo mio post che suscitò più di una polemica) diventa SOLO UN PRETESTO per tornare a parlare di una mostra mercato di fumetti, di un malfunzionamento organizzativo certamente migliorabile, della percezione della figura del giornalista spesso così banalmente radicata – come stereotipo - nella gente comune.
Perché qui, oramai, non si tratta nemmeno più della prima testa di cazzo invasata che scatta automaticamente all'attacco non appena gli si tocca un giocattolo che neanche è il suo, o del commento di uno sconosciuto che però è piuttosto emblematico di un certo/diffuso modo di pensare. No, la questione va oltre. Perché se quel modo di pensare – o la percezione del pezzo scritto – poi ti arriva a mo' di feedback anche da altri autori, da gente che teoricamente ti è molto vicina, che ritieni colta e preparata in materia, di cui hai stima, che - per età e/o per esperienza - dovrebbe avere adeguati strumenti di lettura e analisi, allora c'è qualcosa che non va.

Forse proprio in chi scrive (quindi mi metto in discussione).
Forse in una visione comunque DISTORTA a monte, prerogativa di tutti gli ambienti in qualche modo “chiusi” alle realtà mediatiche che giocoforza li circondano, come per esempio la stampa (anche se in quella specializzata si dovrebbe avere maggiore fiducia).
Forse per mille altri motivi legati in qualche modo al livore - si può dire “livore”? - che un cattivo giornalismo (che poi sarebbe ben altro tipo di giornalismo) ha seminato in loro. Chissà.

La cosa comunque non sarà breve.
Quindi chiunque non sopporta i post troppo lunghi è pregato di passare oltre, di cambiare blog e (possibilmente) di non rompere i coglioni! Grazie.

Dunque: tanto per cominciare, ho bussato alla porta di altri tre giornalisti, chiedendo loro tempo e disponibilità su questi temi. Senza dare nulla per scontato, compresa la loro eventuale partecipazione. Come fosse un invito, un gioco, una provocazione. Bontà loro, all’appello hanno risposto tutti e tre: Riccardo Corbò (TG3 Rai), Diego Malara (“XL” di Repubblica) e Alessandro Di Nocera (Comicus.it, La Repubblica/Napoli).
Non è mia abitudine circondarmi di sgherri, leccaculo o guardaspalle per dare forza alle mie argomentazioni. Non mi piacciono quelle coorti accondiscendenti che ti danno sempre ragione (da cui tra l’altro bisognerebbe diffidare), quindi sappiate che non sono propriamente “amici miei” quelli che ho coinvolto. Buone conoscenze, forse si. Ma nemmeno tutte. Mi interessava piuttosto avere delle opinioni disinteressate da parte di alcuni professionisti, anche lì dove fossero state molto diverse dalla mia. Di Nocera, per esempio, storicamente è tutt'altro che un amico. Sempre gentile, siamo d’accordo, ma di certo una voce con cui raramente sono in sintonia. Quindi non potendo sapere a priori quali sarebbero state le loro risposte, potevo rischiare un effetto boomerang, poteva succedere di ritrovarmi con interventi antitetici al mio, no?
Questo per dire che qui si gioca onestamente, a carte scoperte, senza barare.

Allora diciamo che il commento che segue abbia dato il via al tutto (anche se non è stato così, vista la mole di mail, telefonate e chattate su Skype avvenute in quei giorni): “Mi chiedo dove stiano lo scandalo, l'ingiustizia e il dolo? Da quello che ho visto e capito nei vari report di siti e giornali, c'è stato un grosso afflusso di persone e quindi suppongo anche di addetti ai lavori. Quindi davvero non capisco perchè se un normale ragazzo come me - appassionato di comics e cosplayer - può fare una fila di ore pagando il proprio biglietto, non potete farla voi giornalisti, addetti ai lavori, amici degli amici? Fra l'altro voi il vostro accredito non lo pagate nemmeno e questo già di per sé è scandaloso (la Casta dei giornalisti scrocconi) e vi lamentate pure per la fila da fare o se qualcuno vi passa avanti perchè magari conosce l'organizzatore? Siete penosi.”

Che, letta così, può giusto far sorridere.
Ma se poi anche un Ottokin (per dirne uno che posso permettermi di citare) mi dice che - da lettore - anche per lui e per tanti altri il senso del pezzo era quello del “giornalista scroccone che fa parte di una Casta, che non vuole pagare il biglietto e si indigna pure se deve fare la fila”, allora ecco perché TORNO sull'argomento, ecco il senso di questo passo indietro.

• Che poi (apro la prima parentesi) la cosa paradossale/divertente, che in effetti nemmeno si capiva dal pezzo, è che io al Comicon AVEVO UN PASS DA AUTORE, non da giornalista! E già qui si potrebbero aprire un mucchio di derive. Che però non aprirò. Evidentemente ha ragione il buon Corbò quando mi dice “devi ammettere che eventuali critiche sono dovute - come tu stesso hai detto - alla tua non linearità nello scrivere il post. Metti in mezzo il giornalismo, quando avevi il pass da autore”… ed è davvero così, accidenti :(
Allora è un bene mettersi in discussione.
Chiusa parentesi.

Torniamo un po' a quel simpatico discorso sulla Casta.
Che esiste eccome, nel giornalismo italiano. Ci mancherebbe che negassi una cosa del genere. Ma su, ragazzi, ora parliamoci seriamente: la Casta a cui ci si riferisce abitualmente è ben altra cosa, e non riguarda assolutamente il giornalismo specializzato generalmente esercitato dai freelancer (tanto più quello sui fumetti, che conta meno di niente); è un luogo comune sin troppo diffuso pensare che - nel momento in cui entriamo anche solo nell’albo dei pubblicisti (un Ordine che peraltro il governo sembra voler cancellare) - diventiamo automaticamente parte di una Casta, anche scrivessimo sul giornalino parrocchiale!
La Casta a cui solitamente si allude in termini mediatici è ben altra: è quella di un Giornalismo (con la “G” maiuscola) a noi completamente estraneo, oltre che irraggiungibile, fatto di grandi testate quotidiane nazionali, poltrone, telegiornali e mega-inviati, contratti blindati in esclusiva, libri annuali in uscita a Natale per i maggiori colossi editoriali, premi letterari e quant'altro. Alla Bruno Vespa, per capirci.
E non s'è mai visto un giornalista che si occupa di musica o fumetti finire in giri, ambienti e salotti di quel genere! Tanto più quando si scrive su piccole testate (locali o meno), sul web o su supporti altamente specializzati, che spesso sono proprio l'antitesi di un certo tipo di stampa nazional-popolare.

Eppure è così facile trovare “scandaloso” – s.c.a.n.d.a.l.o.s.o?!? - non pagare un biglietto d'ingresso per una manifestazione alla quale si presume tu stia partecipando per scriverne (che per un giornalista significa lavorare) invece che voler leggere l’esternazione di un evidente disagio? Deve risultare sempre così comodo – se non addirittura malizioso - voler spostare l'attenzione dal vero obiettivo, vedendo il dito anziché la luna?

Se decido di passare il weekend a Gardaland con mia moglie e mia figlia, pago il biglietto e mi faccio tutta la fila che c'è da fare. Ma se vado a Lucca, Napoli o Roma con un accredito professionale (che NON E' un biglietto gratis) che peraltro mi è stato già confermato per mail, allora ripeto che NON DEVO FARE LA FILA insieme a chi sta acquistando il proprio ingresso!
E se come a Napoli si crea - seppur involontariamente - un disservizio di quelle proporzioni, HO TUTTO IL DIRITTO di scriverne, visto che ciò che faccio nella vita è proprio scrivere. Il fine – si, il fine! - non è il semplice sfogo egocentrico di una primadonna (che quelli li fanno già benissimo tanti altri) ma “denunciare”, fosse anche con eccessiva foga, qualcosa che DEVE essere migliorata nell'edizione successiva!
Ditemi, allora: dov’è esattamente il punto in cui questo semplicissimo concetto non si percepisce?

Non c'è nemmeno da incazzarsi, lo so bene.
A questo punto – come dicevo poco fa - preferisco sorriderne, visto che certe “critiche” mi sono giunte da autori e/o gente che NON FA NEMMENO PARTE dell'organizzazione, alla quale chiaramente si rivolgeva il mio post.
Mentre chi invece ne fa davvero parte - tipo il suo direttore Claudio Curcio, per dire? - poi mi scrive: “Caro Stefano, avevo letto il tuo pezzo, leggo nevroticamente tutti i pezzi dopo il Comicon, soprattutto quelli degli amici, perché so che le critiche che ci trovo sono quelle più utili a migliorare.  E sul tuo blog avevo notato, in mezzo ai complimenti (grazie) la tua critica alla situazione degli accrediti, per la quale avevi perfettamente ragione. La situazione ci è chiaramente sfuggita si mano, e una cosa che funzionava benissimo fino all'anno scorso è stata gestita davvero male! E sono d'accordo con te che passare gli accrediti sottobanco è stato anche peggio. A questo punto direi che il perché di questo problema, potrebbe essere oggetto di una chiacchierata di persona”.

Insomma, vedete un po' voi.
E in caso, anche non riusciste a vedere la pagliuzza nel mio occhio per la trave che è nel vostro, fatevene una ragione.

• Ma prima di passare la parola ai miei colleghi (ben più illustri del sottoscritto) apro la seconda parentesi: perché “noialtri giornalisti scrocconi” possiamo pure ricevere un accredito stampa per una fiera di fumetti, un concerto o per l'anteprima di un film, e possiamo pure ricevere le copie omaggio di un fumetto, di un libro o di un album, ma - deontologicamente parlando - ad OGNI accredito e/o copia omaggio dovrebbe poi risultare un ritorno, cioè il pezzo scritto: la recensione, il reportage, l'intervista o quant'altro. Solitamente rientra nei campi della promozione, della copertura, dell’informazione. Qualcosa che in teoria è gestita dagli uffici stampa di riferimento. Che se sanno realmente fare il loro lavoro (come noi sappiamo fare il nostro) con l'andare del tempo dovrebbero ACCORGERSI di quali siano esattamente i giornalisti sulle loro liste, con tanto di nome e cognome, che - nonostante accrediti e/o copie omaggio - poi non ne scrivono nulla, e quali invece siano quelli che producono un risultato in termini di ritorno. Che guarda caso, è proprio la base su cui - nel tempo - ci si costruisce la propria CREDIBILITA’, sapete?
Ecco il segreto dell’acqua calda.

Qualcuno, in realtà, arriva pure a criticare l’uso - anzi “l’esibizione” - del tesserino all’ingresso delle manifestazioni. È sempre e comunque preferibile la compilazione di una form con la richiesta accredito tramite il web, ovvio. O la cara vecchia mail, con la quale l’accredito ti viene confermato o meno. Ma se per Romics o per “Più Libri, più liberi” (tanto per fare un paio di esempi) non esiste suddetta form, e la cassa accrediti stessa ti chiede “in loco” il tesserino dell’Ordine per rilasciati il pass stampa lì sul momento, beh… allora la scelta è dell’organizzazione, non del giornalista! Visto che gli lascio il nome della testata per cui scrivo, i miei recapiti telefonici, la mia mail, il mio sito e/o blog, etc. sarà casomai loro premura vedere se ad ogni accredito concesso corrisponda un articolo, e casomai saranno loro a decidere di NON accreditarmi l’anno successivo. Ma è così difficile da afferrare?
Fine della seconda parentesi.

Allora, se torniamo a parlare delle PERCEZIONE della gente comune (o meglio, del pubblico pagante) mi chiedo: il giornalista che entra accreditato ad un fiera di fumetto – lo stesso che poi ne farà effettivamente un pezzo e/o un servizio - è solo un “giornalista scroccone” che appartiene ad una Casta?

Diego Malara mi risponde: “Rischio di sembrare borioso, lo so, ma credo che il fatto proprio non sussista. Come in ogni categoria professionale, anche tra i giornalisti esistono gli “scrocconi”, anzi credo che nella nostra categoria la percentuale sia persino più alta rispetto a molte altre. La differenza sta tutta nella premessa: se un giornalista è presente ad un evento perché deve produrre un servizio, allora sta lavorando. Ed è nel mutuo interesse dell'organizzazione dell'evento stesso (che ottiene copertura), del giornalista e della sua testata (che possono godere di una corsia preferenziale e contenere così i tempi morti) e degli utenti finali che leggeranno il pezzo (ai quali viene garantita un'informazione puntuale e tempestiva), che i giornalisti entrino con un accredito. Certo, c'è chi sbandiera il tesserino professionale ogni volta che si può ottenere un ingresso gratuito o una riduzione, ma parliamo appunto di un'altra categoria di individui. Quanto al discorso sulla “Casta”, credo che sia davvero poco applicabile a questo contesto. La Casta esiste, ma ad essa non appartengono di certo i giornalisti freelance che si accreditano per entrare al Comicon, né i blogger che coprono l'evento. Non credo che sia questo l'argomento centrale di questa discussione, quindi sul punto non mi dilungo. L'accusa in questo caso mi sembra più il frutto della frustrazione derivante da una situazione fastidiosa (e, ammettiamolo, non è mai piacevole vedere che l'ultimo arrivato “salta la fila”) più che da un ragionamento lucido.”

Alessandro Di Nocera mi risponde: “Nel caso delle mostre mercato del fumetto, l’idea dei giornalisti/collaboratori di testata/addetti ai lavori considerati come “Casta” fa semplicemente ridere. In pratica, se un visitatore “comune” pensa che l’essere “accreditati” a una mostra mercato del fumetto rappresenti automaticamente uno status symbol o una maniera di scroccare un biglietto omaggio a fronte di coloro che invece entrano a pagamento, beh, sbaglia di grosso.
Nel mio caso personale, oltre a curare i reportage del Napoli Comicon per l’edizione partenopea de “La Repubblica” (e in precedenza anche per Comicus.it) ho assistito gli organizzatori dell’evento anche in altre occasioni (presentazioni, dibattiti, ecc.) senza pretendere nessun compenso, ma per il semplice piacere di farlo, in quanto amici e persone perbene. In generale, invece, posso dire che quegli addetti ai lavori, quei giornalisti, quei collaboratori di testata che entrano accreditati creano quasi in automatico movimento e fermento mediatico intorno a una manifestazione (Napoli Comicon, Romics, Lucca). E quindi un ingresso accreditato rappresenta un’azione doverosa, di galateo, buon senso e astuzia da parte degli organizzatori.
C’è anche chi si lamenta che gli “accreditati” ottengono omaggi e sconti particolari dalle case editrici presenti e che anche questo rappresenterebbe uno “scrocco”. Altra stupidaggine: io personalmente ho ormai un nome e una credibilità tali che semplicemente parlando bene di un volume in un topic di un forum di discussione (nemmeno una recensione quindi) genero in automatico una decina di acquisti sicuri di quell’opera (empiricamente certificato). Senza contare il numero di volte in cui la posso citare e promuovere anche in pubblicazioni a tiratura medio-alta (sta capitando con “Maledetti Fumetti!” della Tunué, per esempio, libro che sto nominando in continuazione sul “Superman” della Mondadori). In generale, poi, un editore SA a chi deve fare omaggio di un’opera. Il visitatore “comune” guarda, però, tutto questo dall’esterno e non comprende, riducendo il tutto a un: “E lui chi è più di me?”. Risposta: “Semplicemente uno che in quell’ambiente non rappresenta un semplice fruitore, ma una persona che quell’ambiente è capace di movimentarlo e legittimarlo”.
Tra l’altro, tornando allo specifico, io la fila di un’ora e mezza non potevo farla perché soltanto mezz’ora dopo il mio arrivo davanti alla biglietteria ero atteso per moderare ben due conferenze attaccate l’una all’altra. I fratelli Cestaro non potevano farla perché dovevano andare a disegnare allo stand Bonelli. Paolo Eleuteri Serpieri non poteva farla perché era un ospite. TU Stefano Piccoli non potevi farla perché sei un addetto ai lavori e sul Napoli Comicon avresti curato un reportage per il tuo blog dando visibilità all’evento.  Eccetera.
Quello del ritiro degli accrediti ha rappresentato DAVVERO un problema che correva il rischio di bloccare non solo eventi, ma anche la credibilità del Napoli Comicon. Un problema che sicuramente i validi organizzatori provvederanno a risolvere l’anno prossimo e che non ha NULLA a che fare con le file sostenute invece dai “normali” visitatori”.

Riccardo Corbò sceglie invece un'altra strada. Non risponde direttamente alle mie domande, ma dribbla la questione buttandola in caciara: “Io sono assunto alla Rai, mi sono messo una sedia massaggiante alla mia scrivania, lavoro al TG3, mi ci inviano diverse volte al giorno, ho il contratto blindato, quando sono sceso a Napoli ho mangiato un paio di sere a scrocco alle spalle del Comicon, in due eventi che non ho ben capito cosa fossero (ma si mangiava gratis prima) mi sono pure rubato due bottiglie di vino che alla fine del Comicon ho consegnato a Ratigher come premio popolare anti-Micheluzzi, mi sono fatto regalare il catalogo della manifestazione e pure quello su Castelli, non ho fatto la fila per il disegno di Finch e ho pure guardato, nella serata a Castel Sant'Elmo, un paio di volte il sedere a Noemi! Quindi so che quando scoppierà la Rivoluzione, sarò uno dei primi che andranno a prendere a casa per impiccarlo per gli alluci. Ma so anche che me lo merito, quindi renderò in pace l'anima a Odino.”

Va da sé che gioca con il suo stesso “ruolo” giornalistico in bilico tra il privilegiato e l’imbucato, strappa una risata fingendo di cazzeggiare (tutt’altro che ingenuamente, conoscendo egli assai bene il peso dell’ironia) però poi alla fine della fiera, su Napoli e da Napoli ha fatto circa 35 pezzi con video e foto, dei quali un paio - oltre che sul sito del TG3 - sono andati anche in TV al GT Ragazzi!!!
E volendo potete trovare tutto QUI

Tornando invece alle critiche mosse, è dunque LECITO poter lamentare un disservizio da parte di chi - suo malgrado - è rimasto “intrappolato” in una situazione assurda come quella creatasi al Comicon o alla fine quello che ne esce (per chi poi legge) si riduce solamente ad uno sterile “elogio del giornalista che ha diritto di entrare senza fare la fila fregandosene del pubblico pagante che invece quella fila se le deve fare tutta”? E qual'è - se c'è - il limite delle cose che possiamo legittimamente scrivere o non scrivere, senza risultare immediatamente una categoria scroccona e privilegiata?

Diego Malara: “È più che lecito lamentare il disservizio, che in questo caso era legato alla gestione dei flussi attraverso i cancelli di accesso e solo marginalmente aveva a che fare con i giornalisti in fila (analoghe situazioni si sono verificate in passato anche a Roma). Diciamo che questo è un po' un caso limite e questo ci porta alla seconda parte di questa domanda: per come la vedo io, in buona fede si può dire tutto. Ma essere in buona fede, quando si fa informazione significa innanzitutto non omettere nessun dettaglio dei fatti e non perdere mai di vista l'obiettivo per cui ci si trova in una determinata situazione: informare. Riportando il tutto alla questione di cui si parla, visto che il tempo a disposizione è spesso il peggior nemico di un giornalista, è impensabile trascorrere un'ora e mezza in coda per poter accedere a “un'area di lavoro”. Ripeto: il giornalista “in servizio” per me ha gli stessi diritti di un editore, un autore o un espositore, perché offre un contributo professionale di cui tutti possono beneficiare. D'altra parte però la linea che divide la “denuncia di disservizio” da un attacco all'organizzazione basato su moventi puramente personali è molto sottile. E la discriminante è, come dicevo all'inizio, la buona fede di chi scrive.”

Eh già, la buona fede ;)

Alessandro Di Nocera: “Un addetto ai lavori, giornalista, collaboratore di testata chiamato a OPERARE in vari modi all’interno o all’esterno di una manifestazione, semplicemente NON PUO’ sostenere una fila di un’ora e mezza per il ritiro degli accrediti. Perché è deleterio innanzitutto per la manifestazione. Se mi blocchi i fratelli Cestaro, Stefano Piccoli ed Eleuteri Serpieri e - perché no? - Alessandro Di Nocera che deve andare a moderare due incontri in programma (per un’ora e mezza, sotto il sole, FUORI ai cancelli di una manifestazione) vuol dire che l’organizzazione è fallimentare. Sta bloccando persone che creano movimento mediatico e culturale intorno a quella manifestazione. Punto. E se qualcuno pensa che questi “accreditati” compongano una categoria “scroccona e privilegiata”, allora non ha il senso del ridicolo e della misura.”

Credo sia tutto.
Non mi rimane che ringraziare Diego, Alessandro e Riccardo per la loro disponibilità. E chiedere venia – mea culpa! - a tutti coloro che pagando un biglietto e facendosi pure la fila, possano essersi sentiti offesi e/o sminuiti in qualunque modo da alcune mie parole così saccenti, che probabilmente erano state espresse in maniera caotica, risultando scritte da un giornalista che però era accreditato come artista!
Perdonatemi quindi, anche lì dove possa essere stato eccessivamente polemico, se il senso del mio pezzo (scritto in buona fede, Diego?) era segnalare un problema “vergognoso” con il solo scopo di MIGLIORARLO in futuro, affinché queste cose non accadano più a me come a chiunque altro.
Cose che peraltro alla fine ci riguardano un po' tutti, in termini di servizio e qualità del nostro lavoro.

Ma arrivati a questo punto, credo che l’unico che possa ancora aggiungere qualcosa al riguardo - avendone tutto il sacrosanto diritto - sia solo Claudio Curcio, che (con affetto e stima) invito ad intervenire nuovamente. Sempre che lo ritenga necessario, beninteso.
Io, stavolta, ho davvero finito.

martedì 10 luglio 2012

KNN+BDR • 7th preview

• bozzetto

• acquarello/tempera

• tavola definitiva (forse)

venerdì 6 luglio 2012

T.U.


Terradunione: "T.U."
RBL Music / Edel (2012).

"Immerso nella musica tra asfalto e antenne, notte fonda a Roma d'estate ribolle"…
E' così che si apre "T.U." - con "Musica nell'aria" - scaraventandoci da subito nel sound avvolgente dei Terradunione, in un'atmosfera che non potrebbe essere più torrida di questa estate romana (dove il senso di appartenenza è immediato), attraverso il caldo abbraccio del reggae, anche se le accelerazioni elettroniche di questo pezzo sfiorano quasi la drum'n'bass.

Primo album per questo "collettivo" eclettico ed eterogeneo, in cui - come percorsi ad un crocevia - convergono le singole esperienze dei nove componenti, tra i quali spiccano Angelo MC SHARK Patuano, Emiliano WUFER Menichetti e Giampietro JUMP Pica. Percorsi che li portano qui, ora, dai Mamaculura, dalle Nuove Tribù Zulu (e se vi va, sentitevi anche questa), dai palchi delle jam e dei più importanti eventi reggae italiani suonando accanto a Reggae National Tickets, Sud Sound System, Folkabbestia, Villa Ada Posse, Bandabardò, Radici nel Cemento e tanti altri.

Dopo "Musica nell'aria", segue la coinvolgente "Mia" che - se nei primi quarantacinque secondi sembra proiettarci dritti dritti dentro a "Un sole che brucia" degli Africa Unite (era il 1995) - subito dopo si trasforma in una grande canzone d'amore scritta/rappata da MC Shark, che attinge a piene mani dal proprio personale.

Ecco, ora io due parole su Shark non posso non dirle.
Perché oramai lo conosco da più di dieci anni (anche lui - per dire - per un certo periodo aveva una sua rubrica fissa dentro a "BIZ Hip Hop Magazine"), perché è davvero un pioniere della old school italiana dai tempi della Devastatin' Posse e anche prima, perché ha aperto concerti a gente come RUN DMC, Public Enemy, EPMD e Ice T (ma anche al Wu Tang Clan), perché girava a NYC con Afrika Bambaataa e i b.boys della Tommy Boy, al Regio di Torino con Next One e a Piazza Colonna qui a Roma con Crash Kid, perché l'ho visto solcare tanti di quei palchi e di quei microfoni - da navigato Maestro di Cerimonia - che non ce la facevo più a sentirlo dire "Ora esce il mio disco" mentre anno dopo anno altri rappers dell'ultima ora buttavano via soldi negli studi di registrazione e intasavano di inutili strofe i solchi di inutili dischi!!!
Volevo sentirlo nel mio lettore, Angelo.
Volevo sentire COSA avesse da dire, dopo tutto questo tempo. E anche COME volesse dirlo. Ora, finalmente, lo ha fatto. Nel modo migliore in cui potesse farlo, secondo me. Cioè con un vero progetto alle sue spalle, una vera band al suo fianco, un vero tessuto sonoro fatto di strumenti (e talento) sul quale potersi esprimere. E anche lì dove non arriva in tecniche metriche o flow - rappando sostanzialmente in quattro quarti - compensa più che adeguatamente con i contenuti, le parole, la scelta sempre attenta di termini e concetti (a questo proposito, ascoltatevi ad esempio la ghost track finale e poi ne riparliamo). Si, i contenuti, che non a caso sembrano essere prerogativa esclusiva della "vecchia scuola". Ma tant'è. Poterlo ascoltare - oggi - mentre guido, poterlo vedere dal vivo sul palco insieme a questo gruppo, è un piacere davvero enorme.

Torniamo al disco, però.
Dicevamo suono assai eclettico.
Si, perché se è vero che è il reggae la matrice dell'intero lavoro, è altrettanto vero che i Terradunione spaziano con grande leggerezza tra i generi. Allora procedendo nell'ascolto non dovranno stupirvi le timbriche hip hop di "Note immobili" (con delle splendide rime di Indo from Junglabeat "rap scratch beatbox knowledge" a rendere il pezzo ancor più potente) o il vero e proprio dub del primo minuto e venti di "Terra", così come il super-funk di "Possibili variabili", fino alle suggestioni world di "Ecce homo". Che sia reggae o meno, ad impreziosire refrain, cori e quant'altro, le belle voci soulegganti di Aleina D e Simply Momy.
Tra tutte, sicuramente da segnalare anche "La Nostra Cosa" (e che sia: "No, mai! Non sono mai pieni, no mai!"), poi "Sogni" feat. Zu' Luciano (come un cerchio che si chiude?), "Silenzi" (il primo momento in cui il ritmo rallenta un po') e "Padrone", davvero valida sia nel testo che nelle sue variazioni di beat e musica.

Insomma, in cinquanta minuti di ascolto si passa senza soluzione di continuità dalla dancehall più spensierata (andateli a vedere dal vivo e non riuscirete a stare fermi) a testi "colti" con tematiche umanistiche e sociali. Forse - e dico forse! - quello che manca ancora al progetto è un'identità sonora maggiormente riconoscibile, il cosiddetto marchio di fabbrica… ma se "T.U." è solo l'inizio, figuriamoci cosa possiamo aspettarci in futuro!
Anche perché non è delle loro capacità strumentali o compositive che parlo. Quelle ci sono già tutte, e si sente. Non solo: l'intero album è registrato/mixato benissimo, ha un suono pieno e assai pulito. Ascoltarlo è un vero piacere. E io continuo a farlo.

"Propaganda sfama e cura Babilonia! Carta, TV o radio poco importa, basta che il bersaglio sia la testa di chi ascolta"...