domenica 27 gennaio 2013

Battle Chasers e giovincelli...

Succede che in una libreria trovo questo volume integrale di "Battle Chasers" (Edizioni BD) al 50% di sconto e me lo prendo. Vuoi per una sorta di affetto, perché questa serie di Joe Madureira la seguivo nel mensile Cliffhanger! della Magic Press in un periodo della mia vita - successivo a BIZ Hip Hop Magazine - in cui frequentavo ancora piuttosto spesso la loro redazione… che significava potersi prendere aggratise tutti i fumetti che si voleva ;)
E vuoi perché - a livello iconografico/emozionale (?) - sulle tette di Red Monika ci ha sognato un'intera generazione!

Il punto in effetti è proprio questo.
Che nel bene o nel male, con questo fumetto Madureira segnò davvero un'epoca.
Peraltro, ancor prima di accingermi a (ri)leggerlo avevo la sensazione di non averne mai letto la fine. Ora, non ricordo nemmeno se su quel mensile la Magic lo pubblicò tutto (o chiuse prima) ma di fatto un vero finale non c'è, perché anche questo integrale - che contiene proprio tutto tutto - resta un'opera incompiuta.

Fa comunque impressione pensare che Madurerira scrisse e disegnò questa saga semi-fantasy mezza steampunk nel 1998, cioè a 24 anni.
Ventiquattro anni, capite?

"Battle Chasers" non ha mai avuto grandi pretese letterarie. Anche a detta del suo autore, che non ambiva ad essere un novello Gaiman. Era un fumetto LEGGERO, di puro intrattenimento, che da questo punto di vista non tradiva nessuna aspettativa. Anzi, tutt'altro. Narrativamente parlando è assai piacevole: semplice, divertente, con tanti personaggi delineati in maniera nettissima nei loro ruoli di buoni e cattivi. Anche riletto oggi, scorre via tutto d'un fiato (ma ricordo che pure a fine anni '90 mi piaceva molto di più dei suoi comprimari dentro a Cliffhanger!, cioè "Dangerl girl" di J. Scott Campbell e "Crimson" di Humberto Ramos). E questo solo in termini narrativi.
Perché esteticamente parlando… beh, lasciamo perdere: manda ancora a casa - oggi, nel 2013 - due terzi delle cose che si fanno negli Usa!

Ma volevo tornare un momento sul discorso dell'età.
Perché troppo spesso, soprattutto qui da noi, si tende a considerare giovani e/o esordienti anche autori che già pubblicano da tempo e/o che hanno già abbondantemente dimostrato le proprie skills.
Spesso gli autori più affermati si rivolgono a loro con quell'aria smaliziata che gli fa dire "Sono ragazzi, devono ancora crescere" (e giù con termini come freschezza, giovinezza, ingenuità o entusiasmo) solo per intendere "Ragazzo mio, troppa acqua deve passare ancora sotto a 'sti ponti per raggiungere i miei livelli professionali"...
Perché in fondo questi TRENTENNI non sono che "esordienti di belle speranze", no?
Trentenni, si: troppo vecchi per essere ancora considerati adolescenti/esordienti, ma troppo giovani da poter già considerare autori professionisti a tutto tondo?
Trentenni BLOCCATI in un'età che, messa così, non sembra nè carne nè pesce.
Bloccati in un paradosso spaziotemporale.

Poi penso al fatto che Alan Moore scrisse "Watchmen" all'età di 33 anni (ma se è per questo anche "V for Vendetta" a 29); che Frank Miller scrisse e disegnò "Il ritorno del Cavaliere Oscuro" a 29 anni, ma - senza andare oltremare - anche che un Pazienza morì a 32 anni lasciandoci ciò che ci ha lasciato.
Si parla di capolavori indiscussi, è ovvio.
Non certo del "Battle Chasers" con cui si apriva questo post, che non possiamo considerare capolavoro.
Eppure la maggior parte degli autori adulti & affermati che conosco, proprio coloro che - forti della propria produzione, spesso nell'autoconvinzione che sia sempre di altissimo livello - dispensano consigli, giudizi o quant'altro a suddetti giovincelli… beh, ad oggi - superati i quaranta - un loro personale Battle Chasers non l'hanno ancora mai fatto!

Ma si fa solo per dire, eh?
Anche perché questo è solo un post "introduttivo" (?) a quello che seguirà.
Nel quale - guarda un po' - parleremo di Giacomo Bevilacqua.

lunedì 14 gennaio 2013

La fine di un'era.

Stavo navigando sul web alla ricerca di alcune news musicali per un pezzo che devo scrivere, quando - per puro caso - mi imbatto nella copertina di un album di Mary J. Blige che non ho!
Come è possibile?
Salta fouri che questo "My life II - The journey continues (Act 1)" (che fa riferimento al suo "My life" del 1994, un vero capolavoro) è il suo ultimo album, rilasciato a novembre del 2011. Così mi accorgo che ero rimasto a "Stronger with each tear" del 2009.
Allora faccio la stessa prova con R. Kelly, e trovo "Write me back" rilasciato a giugno del 2012, mentre io ero rimasto a "Love letter" del 2010.

Ora, tenete conto che ho la discografia completa di entrambi.
O meglio: credevo di averla.
Ma soprattutto tenete conto che Mary J. Blige e R. Kelly sono due artisti che per me rappresentano un'era, una grande stagione dell'R&B americano, oltre che un lunghissimo tratto della mia vita. Per tanti motivi professionali, ma anche e soprattutto per tanti motivi personali. Di sfera affettiva.

Quindi - al di là del fatto che i loro ultimi/penultimi album mi avevano abbastanza deluso (evidentemente quello che avevano da DIRE e da DARE l'hanno detto e dato) - mi ha fatto una strana impressione, questa cosa. Una sensazione di malinconia. Un sapore. Di qualcosa che è finito per sempre, che non tornerà mai più.
Non solo perchè nemmeno sapessi che erano usciti (questo rientrerebbe nelle mia normale routine sotto la voce "Perdo colpi")… ma proprio perché mi rendo conto - con un certo distacco - che non me ne può fregare di meno!!!

lunedì 7 gennaio 2013

Django Unchained.

Dunque, da dove cominciare?
Per esempio, dal dire che - nonostante non raggiunga certe raffinatezze di "Bastardi senza gloria" (sempre che si possa definire raffinata qualsiasi cosa lui diriga) - questo nuovo lungometraggio di Quentin Tarantino è semplicemente bello e potente?
Centosessanta minuti di puro Divertimento con la D maiuscola!
Che se già nel 2009 aveva scritto e diretto un-film-stilisticamente-tecnicamente-e-formalmente-perfetto, il regista originario del Tennessee sembra non porre freni - e limiti - al suo talento, superandosi (e sorprendendo) di volta in volta, riuscendo a perfezionare la sua stessa perfezione stilistica, tecnica e formale?

Oppure che - nonostante il titolo, la campagna che gli è stata fatta, il cameo di Franco Nero, l'ammiccare al cinema di genere, e nonostante gran parte delle musiche scelte per la colonna sonora (su cui torniamo dopo) - "Django Unchained" NON E' UNO SPAGHETTI WESTERN?
I comunicati stampa, i quotidiani e i telegiornali che in questi giorni ne stanno parlando ampiamente per via della presenza del regista e del cast qui a Roma (utilizzando a mo' di copia & incolla quegli stessi comunicati stampa, senza mai un minimo di approfondimento), continuano ottusamente a definirlo tale, ma  - ribadiamolo! - non è uno spaghetti western!

Troppo southern comfort per esserlo.
Ah, no... quello è un whiskey!
Troppo impregnato di Stati Uniti del Sud pre-guerra di Secessione per esserlo.
Uno spaghetti western classico, avrebbe avuto pistoleri cattivissimi, proprietari terrieri che terrorizzano piccole cittadine sperdute del Nevada con i loro sceriffi inadeguati, i loro saloon, i loro bordelli, lo straniero bello e tenebroso che giunge da fuori per fare sommaria giustizia e via con tutti i clichè del caso (che poi, a dirla tutta, nella prima parte del film qualcosa di questo tipo c'è).
E quando in giro non c'erano pellerossa da massacrare, al massimo potevano sfornare un esercito messicano - sempre cattivissimo! - come nemico. Ma non si sarebbero mai svolti all'interno di una piantagione di cotone del Mississippi, non avrebbero mai affrontato tanto apertamente un tema sociale/politico serio e PESANTE come la schiavitù.
Argomento che tutt'oggi mette ancora in imbarazzo l'americano medio, come una vergogna mai cancellata, della quale - per quieto vivere o ipocrisia - è sempre preferibile non parlare.

Ecco. Come ho già avuto modo di scrivere altrove, ci sarà sicuramente qualcuno che proverà ad intortarvela dicendovi  - attraverso un abile uso dei suoi strumenti critici - che "Django Unchained" è un brutto film di Tarantino, ma voi non dategli retta perchè saranno solo sciocchi esercizi di stile, tipici di un certo tipo di giornalismo snob, del recensore che vuol tentare di superare colui che sta recensendo.
Così come proveranno a dirvi che il cinema western - o anche lo stesso Tarantino - non dovrebbe mai affrontare temi sociali o politici, ma limitarsi (per modo di dire) a produrre intrattenimento, con azione, sangue a fiotti, dialoghi brillanti, musiche da brivido, movimenti macchina magistrali e via dicendo.

NO.

Tarantino, oltre a mettere tutto ciò dentro al suo film, parla dello schiavismo americano come nessuno aveva mai fatto prima di lui, sbatte questa pagina vergognosa della Storia in faccia agli Stati Uniti (di fatto, anche in faccia al resto del mondo) e lo fa a modo suo, con una violenza ai limiti dello splatter, con un'ironia spesso cinica, e - perchè no? - anche con una certa dose di presunzione!
Sottile poi come l'unico possibile spiraglio di "amicizia" tra un bianco ed un nero (anche se per due ore e quaranta sentirete ripetere negro centinaia di volte) avvenga attraverso la volontà di un uomo tedesco, non americano. Una sottiglezza che potrebbe passare inosservata, e che invece è una provocazione fortissima.

Bene. Ora parliamo del film o no?
Django è uno schiavo nero (interpretato da un granitico Jamie Foxx) che viene liberato dal Dr. King Schultz, un cacciatore di taglie tedesco che se ne va in giro "travestito" da dentista (grazie alla SUPERBA prova d'attore di Christoph Waltz), che in fondo è il VERO protagonista del film. Se Waltz vi aveva già lasciato a bocca aperta interpretando il Colonnello delle SS Hans Landa in "Bastardi senza gloria", apettate di vederlo in questa occasione, tantopiù se aveste la possibilità di seguire il film in lingua originale (la sua parlantina e il suo inglese forbito sono sensazionali, snocciolati di fronte ai villici del Sud e alla loro ignoranza).
Ad ogni modo, il buon Dottore non libera subito Django. Prima lo fa lavorare per lui, trasformandolo in un killer con la promessa di renderlo un freeman. E' in questo lasso di tempo (un inverno) che nasce/cresce il rapporto tra loro, divenendo umano. Anche se Django è tutto meno che "umano": nella sua sete di vendetta, nella sua cieca ricerca della moglie, diventerà più spietato dei suoi avversari, senza concedere alcuna pietà a nessuno, nemmeno se si tratta di fratelli neri!
Il suo unico fine è riprendersi Broomhilda (l'attrice Kerry Washington, ancor più bella a Roma in eleganti abiti civili e frangetta) che curiosamente parla tedesco, un escamotage narrativo che servirà ai nostri due per ideare il loro improbabile piano di liberazione, oltre che accostarla al mito norreno secondo il quale lei può essere Brunilde e Django il suo eroico Sigfrido.

E poi?
• In realtà non voglio svelarvi altro sulla trama...
E poi c'è Don Johnson, mio personale eroe giovanile! Don Johnson in gran rispolvero, davvero in forma. Narrano le leggende che anche lo stesso Jamie Foxx (che non dimentichiamoci aver interpretato il detective Ricardo Tubbs nel "Miami Vice" di Michael Mann del 2006) quando lo ha incontrato per la prima volta sul set, gli abbia gridato estasiato: "Tu sei il vero Sonny Crockett!!!"
Ad ogni modo, qui veste i panni del proprietario terriero Spencer Gordon Bennet detto Big Daddy. Ed è perfetto - nel look, nei modi, nella parlata - essendo egli stesso un vero uomo del Sud (è di Flat Creek, nel Missouri). Senza considerare che è il protagonista di una delle scene più divertenti di tutto il film, che riguarda i cappucci del Ku Klux Klan. Ma non ve la racconto, troppo spassosa per non godervela con i vostri occhi.

C'è anche l'immenso Walton Goggins (che era il detective Shane Vendrell in "The Shield") in una parte secondaria, ma vabbè...
Passiamo ai cosiddetti pezzi grossi: Samuel L. Jackson e Leonardo Di Caprio.

Jackson intepreta lo schiavo Stephen, invecchiato e (quasi) irriconoscibile. Sempre e comunque un fuoriclasse. Stephen è il vero bastardo (senza alcuna gloria) di tutta la pellicola, non c'è storia! Rappresenta proprio il lato più INFAME dello schiavismo, cioè quello degli "schiavi di casa" che spesso - per opportunismo e sopravvivenza - diventavano più razzisti e crudeli con gli altri neri di quanto non lo fossero gli stessi padroni bianchi.
In questo caso, il rapporto che lo lega al suo padrone - Di Caprio - è subdolo e affascinante: sempre servile e piegato a novanta quando è in sua presenza di fronte agli altri, ma - notatelo - nella scena in cui rimangono da soli nello studio, il padrone sembra essere lui! Non è più piegato (anche fisicamente, nella recitazione), beve whiskey con eleganza, imbecca Monsieur Candle, gli suggerisce il da farsi. Proprio come fa un adulto con un bambino. Notevole.

Di Caprio sarebbe il cattivone del film, anche se sia Django che Stephen sono più cattivi di lui! Interpreta Calvin Candle, ereditiero della più grande piantagione di cotone del Mississippi, denominata Candyland, dove vive con la sorella (un "manichino imbellettato" con cui il regista estremizza tutti gli stereotipi sulle famose donne del Sud, i fiori d'acciaio). Non ho mai amato particolarmente Di Caprio, ma nelle mani di Tarantino eccelle anche lui, come Brad Pitt in "Bastardi senza gloria".
E' un padrone/schiavista ricco, capriccioso e annoiato (piuttosto che dedicarsi a Candyland - gestita da Stephen - preferisce divertirsi con le lotte tra Mandingo) che risulta ridicolo, con il suo pallino per la Francia senza però conoscere una sola parola di francese, e infatti "Alexandre Dumas era negro!"... ma Candle ritiene i negri biologicamente inferiori giustificando questa atrocità con la teoria scientifica della frenologia (?) pur accompagnandosi - nel suo privato - con una ragazza meravigliosamente bella che, guarda un po'... è nera!

Ed è tutto, sul film.
Dicono che, secondo le intenzioni di Tarantino, "Django Unchained" rappresenti il secondo capitolo di una ideale trilogia della vendetta (?) cominciata con "Bastardi senza gloria", basata sul revisionismo storico. Lì si ipotizzava l'assassinio di Hitler ben prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, che non è mai avvenuto. Qui si affronta lo schiavismo, con una presa di coscienza ed una "rivincita afroamericana" che non ha mai avuto luogo. Sembra che la prossima pellicola (che certe voci dicono intitolarsi "Killer Crow") sia incentrata su uno squadrone composto esclusivamente da soldati neri, impegnati a combattere nella Francia del 1944, subito dopo lo sbarco in Normandia. Quindi ancora la Seconda Guerra Mondiale, e ancora la questione razziale.
Un file rouge che potrebbe unire concettualmente i tre film.
Staremo a vedere.
Ora però parliamo della colonna sonora.



Dirvi che me la sono scaricata la sera stessa in cui sono tornato dal cinema credo sia piuttosto indicativo. Personalmente, la trovo forse la più bella colonna sonora "inventata" da Tarantino fino ad oggi, nonostante le sue siano tutte molto curate (nella selezione dei brani) e quindi molto belle. Rispetto alle precedenti, questa contiene molti più pezzi originali, scritti appositamente per il film. Ma non mancano certo le ottime selezioni, un marchio di fabbrica.
A cominciare da tutte quelle musiche "rubate" dalle colonne sonore di ALTRI western, perché - come accennavo all'inizio del pezzo - è proprio il commento sonoro del film ad essere il più grande omaggio al genere spaghetti.
"Django Unchained" si apre sin dalla sigla con il celebre pezzo di Luis Bacalov e Rocky Roberts (!) composto proprio per il "Django" di Sergio Corbucci del 1966, e si chiude nei titoli di coda con "Trinity" di Annibale e i Cantori Moderni* (da "Lo chiamavano Trinità" di Enzo Barboni, 1970).
* A voler essere proprio precisetti, il tema del famoso film con Bud Spencer e Terence Hill è stato scritto e composto dal maestro Franco Micalizzi (che generalmente componeva colonne sonore per i poliziotteschi) e solamente fischiettato/cantato da Alessandro Alessandroni, vero nome di Annibale e del suo gruppo vocale, cioè i Cantori Moderni, nelle cui fila peraltro cantava - da soprano - anche quella stessa Edda Dell'Orso che compare in un'altra traccia di questa stessa colonna sonora!

Nel mezzo - tra le altre - "I giorni dell'ira" di Riz Ortolani tratta dall'omonimo film di Tonino Valerii del 1967 (curioso che anche Nicolas Winding Refn nel suo recente "Drive" abbia ripescato il maestro Ortolani) o ancora Bacalov - con Edda Dell'Orso - in "His name is King" ("Lo chiamavano King" di Giancarlo Romitelli, 1971).
Ma non solo western, perché per esempio c'è anche "Nicaragua" di un altro veterano delle colonne sonore cinematografiche come Jerry Goldsmith - qui con Pat Metheney (!) - tratta da "Sotto tiro", bellissimo film del 1983 interpretato da Nick Nolte e diretto da Roger Spottiswoode.

Sul fronte dei brani inediti, fa quasi impressione - soprattutto se si sta seguendo il film in lingua originale - sentire all'improvviso la voce di Elisa che canta (in italiano) "Ancora qui" sulle note scritte dall'immancabile Ennio Morricone.
• Ho già sentito criticarla, mentre io la trovo tanto struggente quanto azzeccata.
Morricone firma anche "The braying mule""Sister Sara's Theme" e "Un monumento".

Comunque fa un certo effetto vedere così tanti artisti italiani presenti nella tracklist di una colonna sonora di un film che è pur sempre un kolossal americano, non è vero?

Ma per un amante della musica nera come il sottoscritto - e considerando che il film parla proprio di un capitolo fondamentale della Storia afroamericana - le vere chicche arrivano con il duetto virtuale tra James Brown (!) e Tupac Shakur (!!!) in "Unchained", da John Legend con "Who did that to you?", da RZA (che già aveva collaborato con Tarantino in "Kill Bill") con "Ode to Django", da Anthony Hamilton ed Elayna Boynton con la graffiante "Freedom", da Rick Ross con "100 black coffins" che - oltre alle liriche di Tupac - porta l'impeto del rap all'interno di un western. Senza stonare mai. Ma, anzi, funzionado alla perfezione!
• Uhm, forse però qualcuno lo aveva già fatto. Qualcuno come Mario Van Peebles nel suo "Posse - La leggenda di Jessie Lee" del 1993, dove la commistione tra rap e black-western era già stata tentata. Senza molto successo. Nè del film. Nè tantomeno della sua colonna sonora. Anche se a me "Posse, shoot 'em up" piaceva un casino!

venerdì 4 gennaio 2013

Girl on fire.

Alicia Keys: "Girl on fire"
(RCA/Sony Music).

Non cattura al primo ascolto il nuovo album di Alicia Keys.
Non come i suoi primi quattro, di cui ti innamoravi subito.
Lo avevo capito già dal lancio radiofonico del primo singolo, quel "Girl on fire" che titola anche l'intero disco, e che nonostante i ripetuti ascolti - nel vano tentativo di farmelo piacere a tutti i costi! - e nonostante la sua Inferno Version contenuta nel CD (con il featuring di Nicki Minaj che sembra esistere solo per fare inutili featuring, come Pitbull) continua a non convincermi, a non prendermi.
Eppure, saltando a più pari questo brano, cose buone ce ne sono eccome!

A cominciare dalla traccia di apertura - "De Novo Adagio" - con cui Alicia, come da tradizione, ci introduce seduta al suo pianoforte.
Seguita da "Brand new me", quasi un manifesto con cui si (ri)presenta al pubblico: una nuova Alicia Keys non solo nel taglio dei suoi capelli e nel suo essere donna/mamma, ma anche e soprattutto nel suono e nelle intenzioni: "E’ passato un po’ di tempo, io non sono più chi ero prima / Tu sembri sorpreso, le tue parole non mi bruciano più / Avevo intenzione di dirtelo ma penso sia facile da capire / Non essere arrabbiato, è soltanto il marchio della nuova me / Non essere cattivo, ho solo trovato il marchio della libertà"… "Bisogna intraprendere una lungo percorso per arrivare qui / Bisogna avere coraggio, e una ragazza coraggiosa ci prova / Bisogna inventare una scusa in più, e dire un bugia in più / Non essere sorpreso"…

Infatti alla terza traccia si decolla.

Se con un termine come rock progressivo intendiamo un determinato genere di rock anni '70 caratterizzato da grandi profusioni di tastiere, sintetizzatori psichedelici e batterie sincopate, per questa "When it's all over" bisognerebbe allora inventare un nuovo termine - progressive R&B? - perché la Keys (con la complicità di Jamie Smith) si lancia in una vera e propria sperimentazione sonora che lì per lì ti spiazza, ma più la si ascolta e più funziona. Davvero un grande pezzo, anche nella performance vocale. Che si apre ad un'unica concessione di dolcezza solo nel finale, con la voce di Alicia che parla con suo figlio Egypt (avuto nel 2010 dal marito Swizz Beatz, che peraltro nel disco produce la non memorabile "New day"). Certamente uno dei due momenti migliori dell'album.

L'altro, il secondo, è dato dal duetto con l'immenso Maxwell su "Fire we make", una down-tempo meravigliosa che ci proietta come per magia nelle atmosfere dei migliori dischi di metà anni '90, cioè lo stato di grazia dell'R&B americano (prima che si annacquasse realmente con il pop), quando durante/dopo l'ascolto di certi album nascevano bambini, come dice Irene.
Pezzo di grande eleganza ed intensità, insomma.
Che poi, leggendo le firme dell'intera tracklist, compaiono anche un paio di quelle vecchie volpi (geniali) della produzione anni '90, cioè Rodney "Darkchild" Jerkins per "Listen to your heart" e Kenny "Babyface" Edmonds per "That's when I knew". Non sarà propriamente un caso, no? Comunque sono entrambe assai romantiche.

Stupisce casomai di più la firma di Bruno Mars tra gli autori di "Tears always win", perché - per come conosco Mars - non mi sarei certo aspettato un pezzo così classicamente retrò, di sapore così sixties, quando la black music era davvero pregna di soul!
Notevole inoltre la presenza - da autrice - della giovane Emeli Sandè su ben tre pezzi, cioè la già citata "Brand new me" oltre a "Not even the King" (una ballad molto riuscita) e "101", l'ultima traccia del disco. Che oltretutto al minuto 4:29 nasconde anche una breve ghost track: un'Alleluja probabilmente superflua, ma non per questo meno suggestiva.

Non cattura al primo ascolto il nuovo album di Alicia Keys.
Ma è ugualmente molto bello: concedetevelo!

martedì 18 dicembre 2012

Bruno.JJ1/01

Start up, nuovo progetto.
Primi bozzetti...

giovedì 13 dicembre 2012

KNN+BDR • 9th preview

Una doppia tavola!

• Matite in lavorazione (si vede anche lo sketch) - clicca per ingrandire.

• Matite definitive - clicca per ingrandire.

• Neri in lavorazione (senza tratti spessi e campiture) - clicca per ingrandire.

• Neri definitivi - clicca per ingrandire.

• Altre vignette - clicca per ingrandire.

• Tavola definitiva, o quasi - clicca per ingrandire.

lunedì 26 novembre 2012

Hashtags #2

L'esperimento sulle "prove tecniche di traffico" mi ha deluso su tutta la linea. O comunque non ha funzionato. Rimuovo le foto, sostituendole con un Capriccio :)




venerdì 9 novembre 2012

Mi piace assai...

Just girls • Otto Schmidt Art
















martedì 6 novembre 2012

#LCG2012 hashtags

#lucca2012 #deltoro #tunuétutta #kuore #cajellipapà #ranxintegrale #bao #bar #granguinigi #tipitondi #zerocalcare #tortadiriso #giovannibufalini #magomatteo #selfarea #casatunué #tonysandoval #alino #ramalserena #paninicontest #fusioni #acquisizioni #fuffa #lamarciadelgranchio #ottokin #giulio #thomasmagnum #...

mercoledì 31 ottobre 2012

Antonio Spirito e la "sua" gente da Rocinha.


La prima volta che ho incontrato/conosciuto Antonio - Antonio Spirito - eravamo, mi pare, a Romics.
Credevo fosse il nuovo ufficio stampa delle Tunué, io che come al solito non ci capisco una fava! Credo di aver realizzato che si occupasse del commerciale solo in occasione del loro strafighissimo Temporary Shop a Latina nell'estate 2011. Mentre ho capito che è uno dei soci soltanto una mese fa, tanto per dire.

La cosa che però ho notato subito, è stata la sua macchina fotografica.
Antonio ce l'aveva sempre appresso, allo stand come fuori, che fosse per fotografare un bel cosplay che stava passando in quel momento o il viso stupito di un bambino circondato da tutti quegli strani personaggi. E mi sono accorto - anche qui quasi subito - di quanto fosse dannatamente bravo!
Nei ritratti di chi disegna, così come in mille altri particolari che in quei luoghi io stesso non avrei mai notato. Ho iniziato ad osservare le sue fotografie ogni qual volta ne pubblicava di nuove nel suo profilo Facebook, fino a Gente da Rocinha (a cui arriviamo tra poco).

Non solo: mi piacerebbe poter dire (e casomai, eventualmente, sarà Antonio a contraddire questa mia sensazione) di essermi preso subito molto bene con lui. In termini di carattere, di affinità, di pelle. Si, d'accordo, non nascondo che sono sempre affascinato dai viaggiatori come lui (di certo, molto più di tutti quei colleghi fumettisti che - in fiera - mi parlano del loro ultimo fumetto partorito nella loro cameretta). Tanto più se - con la fotografia, per esempio - sanno anche "raccontare" le loro esperienze. Però non è un caso se in meno di due anni che lo conosco, ho parlato molto più con lui di quanto non abbia fatto in dieci anni con Emanuele e Max.
Beh, a onor del vero, Max è anche un caso un po' particolare!!!
Comunque ora non me ne vogliano entrambi gli altri miei due boss ;)

Ma torniamo ad Antonio, perché c'è stato un momento (espresso soltanto oggi, con questo post) in cui ho sentito la necessità di condividere/divulgare ciò che fa, per COME lo fa.
Allora l'ho invitato qui sul blog, gli ho rivolto un paio di domande a mo' di intervista, ma soprattutto - più delle parole stesse - volevo che a parlare fossero le sue fotografie, i suoi ritratti, gli occhi dei bambini (e non solo) che ha immortalato nella Rocinha.

«Mi chiamo Antonio Spirito, 42 anni, sono uno dei soci di Tunué e in casa editrice mi occupo della parte commerciale. Sono laureato in scienze politiche con un master in gestione delle risorse umane. Ho iniziato le mie esperienze lavorative occupandomi di formazione, ricerca e selezione del personale per poi passare gradualmente al settore commerciale»

Com'è nata la tua passione per la fotografia? Come l'hai coltivata?
La prima macchina fotografica ma la regala la mia fidanzata d'allora, per i miei 26 anni, una Canon Ixus M-1 con pellicole aps. Per molti anni sento l’esigenza di studiare la fotografia, di approfondire, di affinare, ma tengo questa voce lì in un angolo e libero la voglia di fotografare solamente nei miei numerosi viaggi. Da autodidatta e con mezzi tecnici modesti, cerco di comporre dei reportage che possano negli anni tenere vive le emozioni vissute nelle esperienze fatte in molti paesi del Centro e del Sudamerica (Perù, Bolivia, Colombia, Messico, Guatemala, Cuba, Brasile, Cile, Argentina), in Nuova Zelanda, in Sudafrica, in Marocco, in Turchia. Le immagini che porto a casa, però, mi lasciano sempre l’amaro in bocca, ma questo accade ancora oggi e accadrà sempre! E soprattutto hanno un grande assente: l’uomo! Sono sempre e solo immagini di paesaggi meravigliosi ma sempre deserti, disabitati; non mi sentivo in grado di fotografare le persone.
Con l’arrivo dei 40 anni, invece di comprarmi una moto, mi faccio regalare dai miei amici più cari un corso base di fotografia. Lo frequento, e successivamente un altro avanzato. Grazie ai miei insegnanti - e al confronto con i miei compagni di corso - affino la mia sensibilità verso la composizione dell’immagine, miglioro le mie conoscenze tecniche e alleno il mio occhio fotografico. Inizio a leggere molto, a guardare le foto dei grandi, a frequentare mostre fotografiche. Sin dai primi mesi del corso mi cimento in lavori molto diversi tra loro: copertine di libri, foto per agenzie in sala pose, foto commerciali, matrimoni, still life. Oggi la mia passione sono i ritratti. Nelle mie foto non cerco la perfezione tecnica, ma cerco l’emozione autentica con un linguaggio semplice. Lo scatto è l'ultimo tassello di un dialogo che instauro sempre con il soggetto che scelgo di fotografare. Dopo aver partecipato ad alcune mostre collettive, Gente da Rocinha è la mia prima mostra personale.

Come ci sei finito in una favela? Volendo, potevi andare a Rio durante il Carnevale e immortalare scuole di samba e tonici culi danzanti…
Sono stato in vacanza a Rio de Janeiro a fine febbraio di quest'anno. Volevo rilassarmi al mare, vivere il carnevale e contemporaneamente riuscire ad andare in una favela. Grazie a un mio caro amico che per alcuni mesi l'anno vive lì, sono riuscito a conoscere delle persone che collaboravano con una Onlus italiana che opera alla Rocinha, la favela più grande di tutto il Sudamerica. Per mesi gli ho rotto le scatole in tutti i modi, spronandolo a trovare il modo di farmi entrare in Rocinha. Ero determinato. Sentivo che c'era qualcosa che dovevo fare lì. L'occasione è venuta con una festa che organizzavano nella zona più urbanizzata della Rocinha, con i bambini della scuola materna, insieme agli adolescenti che seguono i vari programmi socio-educativi della Onlus Il sorriso dei miei bimbi.
L'impatto è violento: passo dalla spiaggia di Ipanema a una stradina dissestata con assembramenti disordinati di gente, moto smarmittate che sfrecciano e poliziotti con giubbotti antiproiettile e mitra spianati. Facciamo due passi e ci troviamo i bambini della scuola pronti a suonare per noi. Intorno la sensazione era quella di un posto bombardato qualche giorno prima. Iniziamo il corteo per le strade della favela e io inizio a scattare, mentre i bambini davanti suonano e la violenza dell'impatto inizia ad essere superata. Comincio a parlare con le persone che ho intorno ed a un certo punto conosco Barbara Olivi: lei è la presidente della Onlus. E' quella che ha fatto tutto qui. Ha mollato l'Italia, una vita agiata, la carriera, gli affetti ed è venuta qui. Ha scelto di vivere dentro la favela, ci vive da più di dieci anni ed è la donna più felice del mondo. Mi chiede di mostrarle qualche scatto, gli passo la mia reflex e mi propone di tornare per trascorrere una giornata con lei andando nelle zone più remote della favela per realizzare un reportage fotografico. Ero finalmente riuscito ad ottenere quello che stavo cercando da mesi!
Così qualche mattina dopo io e il mio amico Cristiano siamo tornati alla Rocinha. Barbara ci aspettava alla fermata del pullman; abbiamo chiesto un passaggio a tre motociclisti per salire nella parte più alta della favela: a sinistra panorama da sogno, sotto di noi Ipanema, Lagoa, Copacabana e la meraviglia della foresta pluviale che circonda la cidade maravilhosa; a destra un assembramento infinito di baracche, povertà, sporcizia, emarginazione e strade straboccanti di umanità. Dopo un'ultima occhiata a sinistra, inizia la nostra camminata senza meta. Tutto improvvisato. La giornata la faranno le persone e i bambini che incontreremo. I ritmi li scandiranno loro. Il reportage sarà spontaneo. Il risultato è quello che potete vedere dalle foto.
Gente da Rocinha è diventata una mostra che è stata ospitata per due mesi alla libreria La Feltrinelli di Latina. A fine novembre sarà ospitata anche a Livorno. Alcune foto sono state pubblicate sul sito de La Repubblica.it; le foto vengono vendute dai volontari della Onlus nelle varie manifestazioni alle quali partecipano. Presto, inoltre, sarà disponibile il Calendario del Sorriso 2013 con i miei scatti.
Oggi mi sento parte integrante della Onlus e ho conosciuto persone meravigliose: Barbara, Marco, Filippo, Emma, Tania.  L'idea e il desiderio sono quelli di continuare un percorso insieme, di cui questo è solo un primo passo. Spero di potervi aggiornare presto con nuove iniziative!

«In Rocinha la vita pulsa e ti avvolge, ti affascina e rigetta, ti tramortisce nelle sofferenze altrui; un luogo dove la sopravvivenza è una scommessa quotidiana. Da oltre dieci anni, tra le fogne a cielo aperto e le baracche senza acqua e dignità, ci occupiamo di bambini e giovani, attraverso un percorso educativo stimolante e creativo»
Barbara Olivi












martedì 23 ottobre 2012

KEEP IT REAL?

o anche: cronologia di una bagarre

Voglio tentare una ricostruzione cronologica, ad uso e consumo di CHIUNQUE, nelle stessa maniera in cui lo ha fatto un'autorità in materia come Dee'mo.
D'altronde lui ha i suoi lettori, io i miei.

Perché fondamentalmente per me - prima di tutto - si è trattato di una grande occasione sprecata, mandata in malora (anche e non solo) da tanti equivoci e da tanti rancori sopiti. Ovviamente anche da tante CONVENIENZE, se la base delle tue argomentazioni è spingere gli artisti che rappresenti. Ma andiamo con ordine.

La grande occasione era rappresentata dalla proiezione di "The Art of Rap" di Ice T nei cinema italiani. Solo per tre giorni. Solo nel circuito The Space. Poteva essere un momento IMPORTANTE per la scena hip hop nazionale: un momento di grande visibilità, di dibattito e confronto. E invece no.

Tra i partner di questa speciale proiezione italiana, risultava la Big Picture Management di Paola Zukar. Tenete conto (anche chi di voi non mastica hip hop) che suddetta signora era la co-direttrice di "Aelle", lo storico hip hop magazine italiano che per anni è stato l'unico e imprescindibile punto di riferimento di tutta la scena (di cui io stesso ero vorace lettore, prima durante e dopo esserne competitor).
Dopo la chiusura di "Aelle" nel 2000, la Zukar ha lavorato diversi anni in Universal (nel segmento urban), portando alla major diversi rapper che hanno ottenuto un buon successo commerciale e diventando - proprio con la Big Picture - manager di artisti quali Fabri Fibra, Marracash, Entics, Ghemon.
In occasione dell'anteprima stampa di suddetto film, il canale Bonsai.tv (?) realizza alcune brevi interviste a scopo promozionale, dando parola alla Zukar e ad alcuni dei suoi artisti presenti.
Beh, APRITI CIELO!!!



Il video innesca immediatamente una valanga di polemiche. Viene rimosso. Poi ricaricato.
La Zukar, quello stesso pomeriggio, scrive sul proprio profilo Facebook:
Amici… Fratelli... Semplici conoscenti... Haters... E' apparsa per un attimo su youtube una fraintendibilissima parte di una mia intervista rilasciata a Bonsai TV per l'uscita nei cinema di The Art Of Rap. Sono stati estrapolati 15 secondi in cui faccio un commento sul rap italiano degli anni '90 che preso così di per sé è decisamente infelice. Ho fatto togliere quella parte perché non è assolutamente il mio pensiero: ho lavorato ad Aelle dal '92 al 2001 e so bene il valore del rap italiano di quegli anni, di artisti come i Sangue Misto, Neffa, Deda, i Colle Der Fomento, gli Articolo 31, gli OTR, i Sottotono, gli Uomini di Mare e molti altri ancora. Nell'intervista, per intero, parlavo in generale di un periodo, soprattutto dal punto di vista del riscontro e del pubblico, non di artisti particolari né di specifiche qualità: ecco perché sostengo che il "bambino" sia nato nella seconda metà degli anni '00 e non negli acerbi anni '90, pieni di entusiasmo, passione e tentativi più o meno riusciti, ma mancanti, per mille motivi, di grande pubblico. E comunque, al di là dei gusti o del riscontro, nessuno può negare la vitale importanza del rap italiano degli anni '90 senza il quale nessuno di noi sarebbe qui oggi. Questo è il mio reale pensiero in merito a quel periodo.

Tra i primi a REAGIRE c'è Dj Skizo, che - nei commenti - le risponde:
STAI SCIVOLANDO SU UNO SPECCHIO DAL GIORNO CHE HAI INIZIATO A FARE LA FACCENDIERA DI UNA ARTE A TE SCONOSCIUTA CHE TI HA NEGATO LE CHIAVI DI ACCESSO AD UNA CULTURA A TE TANTO PIU' SCONOSCIUTA... DA QUI A ERIGERTI SPOKESGIRL DI UN MOVIMENTO E DI QUELLO CHE E' STATO FATTO DA GENTE LONTANA ANNI LUCE DAL TUO TUO SPESSORE CE NE PASSA... CONTINUA A FARE BUSINNES E LASCIA LA CULTURA A CHI STUDIA E SVILUPPA COSE... A TE SCONOSCIUTE.. .VEDI SCRIVERE ED APPREZZARE NON SIGNIFICA FARE... SEI NATA COME FAN E RIMANI TALE... PAGA IL BIGLIETTO UNA VOLTA ANCORA PER VEDERE LA REALTA'... O RIMANI IN SILENZIO.

A ruota, interviene anche un'altra autorità come Next One, preferendo però giocare in casa, cioè dal suo blog personale.
Potete leggerlo QUI

Paola Zukar tenta nuovamente di spiegarsi meglio attraverso una "lettera aperta" pubblicata sul sito Hotmc, ma oramai l'impressione generale (non solo un'impressione, in realtà) da parte di TUTTA la scena, è quella di un estremo tentativo di arrampicarsi sugli specchi.
Potete leggerlo QUI

E con un'irruenza maggiore dei suoi "colleghi" anche Esa lancia la sua risposta attraverso Youtube (centrando la sostanza, ma - secondo la mia modesta opinione - sbagliando la forma):



A seguito della grande bagarre che si scatena ora dopo ora, giorno dopo giorno, viene ritirato in ballo un articolo di Michele "Wad" Caporosso pubblicato pochi giorni prima sull'ultimo numero di "Rolling Stones", nel quale il giornalista ESALTA il tutto esaurito al Forum di Assago durante il recente compleanno di Hip Hop TV (dove erano ovviamente presenti gli artisti della Big Picture, per una serata all'insegna del knowledge giustamente presentata da Max Pezzali ed Elisabetta Canalis): "È questa la Golden Age del rap italiano, quella dei grandi risultati!"
Potete leggerlo QUI

Non contento delle cialtronate scritte (e con la coda di paglia che evidentemente gli va a fuoco), Caporosso alza il tiro con un nuovo pezzo su Rock.it: "Levatevi dalle palle!!!"
Potete leggerlo QUI

Il giornalista linka il suo pezzo per Rock.it sul proprio profilo Facebook, nel quale - commento dopo commento - si alza ulteriormente il flame. Nel dibattito scatenato, intervengono altri noti giornalisti di settore, tra i quali Michele Monina, Damir Ivic e David Nerattini. Ad un certo punto addirittura lo stesso Marracash.
Se ne avete voglia, andatevelo a cercare... e preparatevi i pop corn!

A mettere altra benzina sul fuoco, ci pensa anche un quotidiano come "Il Giorno" che pubblica un pezzo firmato da Federico Magni: "Guerra nel mondo hip hop - Scoppia la rivolta della vecchia guardia"
Potete leggerlo QUI

La bagarre esce dai confini nazionali.
Da Londra Dj Pug a.k.a. The Man in Red (che peraltro scriveva regolarmente anche sul mio "BIZ") dice la sua con ben due episodi della sua videorubrica su Youtube. Un intervento lucido ed ironico. Pregno della sua immensa cultura musicale. Non solo: pregno di selezioni ad hoc...





In maniera analoga, Danno (Colle der Fomento) con Dj Craim e Kaos dicono adeguatamente la loro - con grande stile -  attraverso la trasmissione radio "Welcome 2 the Jungle". Anche loro, piuttosto che tante inutili polemiche, lasciano che a parlare sia SOLO la musica:



Ma quasi come fosse la ciliegina sulla torta (del flame) proprio il 18 ottobre Albertino decide di resuscitare "One Two One Two" su Radio Deejay (credo di capire SOLO per la tivvù) e - soprattutto - decide di affidare la conduzione a... a Emis Killa!?!
Ancora altra benzina, insomma?



A questo punto anche il nostro Ice One (che in realtà qui e lì aveva già commentato qualcosa) lancia il suo appello: Diffondete e condividete!!!! Fatemi Un favore personale :) Questo messaggio è rivolto a chi ha qualche annetto sulle spalle come me!!! Postate tutti i video degli emergenti (hip hop) che ritenete di valore su questa pagina... aprendola capirete il perchè... Daje!!!

Come dire che - anche tra i giovani (visto che Albertino parlava a loro, di loro) - esistono realtà assai più valide e CREDIBILI in termini sia di puro rap, che di cultura hip hop.

Tra i mille commenti fioccati per quasi dieci giorni sul web (che sarebbe impossibile raccogliere per intero, visto il loro "sparpagliamento" su siti, blog e social vari) ogni rappresentante della old school e/o della scena rap degli anni '90 lancia le sue invettive. Sono davvero tanti, troppi.
Alcuni di loro, paradossalmente, in realtà negli anni '90 nemmeno c'erano!
O non avevano nemmeno dieci anni!!!
Fatto sta che OGNUNO si sente in diritto di scrivere/postare, cosa che secondo me - portata così all'eccesso - è percepibile (quasi) come un autogol, nonostante le buone intenzioni e il legittimo orgoglio.

Tra le tante voci, merita invece una particolare attenzione quella di Malaisa, che scrive un chiarissimo pezzo per il blog di "Panorama", nella sezione Women in Web.
Potete leggerlo QUI

Probablimente la questione non è ancora finita.
Si, di certo il flame si sta placando, ma ci sarebbero davvero ancora tante cose da dire (o non dire).
E ci sarebbero da tirare alcune somme, dopo tutto ciò.
Per esempio domandarsi COME STA MESSO realmente l'hip hop italiano.
O ancora DOVE STA ANDANDO questo hip hop italiano.

Dopodichè (con la bagarre che nemmeno si è conclusa del tutto) ci si mette pure Morgan dal suo piedistallo su "X-Factor" a confondere le acque su questa cultura, sulla sua identità.
E doveva farlo proprio questi giorni?
In questo caso, utilizzo il video custom caricato su Youtube da Othello:



Perché - siamo d'accordo - magari la Zukar ha OFFESO (?) tanti mc's "scarsissimi" degli anni '90, che però poi - di fatto - l'hanno buttata sul quanto sia scorretto e pericoloso riscrivere la Storia, a rischio di raccontarla male ai teenagers che si stanno avvicinando al rap proprio grazie a questi nuovi artistelli hip-pop.
Come se - insomma - in fondo fossimo preoccupati per loro, per i giovanissimi!

Ma un Morgan - per il seguito che ha, per i numeri che fa - questo equivoco lo crea anche tra gli adulti, nella PERCEZIONE che l'italiano medio (leggi: il telespettatore) può avere della nostra tanto amata Cultura. L'italiano medio, si: quello che poi su Facebook scrive quanto sia colto Morgan, quante ne sa! Quello che ci ritroviamo accanto ogni giorno all'università, in ufficio, in palestra, in ascensore, a cena a casa di amici. Oh, mio Dio!

giovedì 11 ottobre 2012

Vermeer a Roma.

Il secolo d'oro dell'arte olandese.


Con un certo ritardo, lo so. Ma tanto dura fino al 20 gennaio 2013, quindi vale oggi come una settimana fa!

Quando studiavo all'Accademia di Belle Arti di Roma (per la precisione, pittura con Enzo Brunori) al secondo anno mi capitò Giorgio Di Genova come docente di Storia dell'Arte, il professore più presuntuoso ed egocentrico che abbia mai conosciuto in vita mia (fate conto che litigammo durante il mio esame, quindi vi lascio immaginare come finì); ad ogni modo, come tutti gli altri docenti dell'Accademia anche lui aveva la sua "assistente", di cui ora - ahimè - non ricordo più il nome, se non che aveva i capelli corti corti ed era davvero bravissima!
Una di quelle professoresse che - lezione dopo lezione - riescono ad instillare l'entusiasmo nei propri studenti, facendogli amare la materia. Era un fiume in piena. Sempre. Per ogni ora passata in quell'aula sulla Passeggiata di Via Ripetta.

Così, mentre Di Genova ci ammorbava con il suo programma di quell'anno sulla pittura italiana contemporanea (Burri, Capogrossi, Fontana, etc. che non sarebbero stati nemmeno male raccontati da qualcun altro) lei - che aveva lezioni tutte sue - ci incantava con la pittura fiamminga e olandese del XVI e XVII secolo. Su tutti, ed erano tanti, io stesso ho amato particolarmente due di essi, cioè Antoon Van Dyke (insieme a Rubens, un caposcuola del barocco fiammingo) e Johannes Vermeer.

Ecco, fatta questa personalissima introduzione, c'è da sapere che Vermeer è in mostra a Roma, alle Scuderie del Quirinale fino al prossimo 20 gennaio 2013.
In realtà le sue tele (dal vivo, molto più piccole di come me le immaginassi sui libri di storia dell'arte) sono soltanto 8 su 57, ma vuoi per la qualità degli altri pittori - vedi Van Vliet, De Witte, Vosmaer, Maes, Metsu, De Hooch e tanti altri - o vuoi per l'assoluta eleganza dell'allestimento, credetemi se vi dico che vale davvero la pena andarci!

Non troverete quello che probabilmente è il suo quadro più celebre (cioè la "Ragazza con orecchino di perla" resa famosa da un romanzo di Tracy Chevalier e in seguito da un film di Peter Webber) ma curiosamente c'è lo stesso soggetto ad opera di Carel Fabritius.
Troverete però la "Ragazza con il cappello rosso", altrettanto meritevole ed ammirata.
E molto altro ancora con cui rifocillarvi gli occhi.
Quindi fate un favore a voi stessi.
Andateci.

martedì 9 ottobre 2012

mercoledì 26 settembre 2012

venerdì 14 settembre 2012

Prometheus.

C'erano tre film che volevo vedere quest'anno al cinema. Solo tre. Uno di essi era "Prometheus" di Ridley Scott, sul quale avevo riposto grandi grandissime immense aspettative, che di per sè - probabilmente - è già un modo sbagliato di entrare al cinema.
Con questa premessa, ovvio si capisca subito che suddette aspettative siano state piuttosto deluse. Ora, sia però altrettanto chiaro che entrare in sala per vedere un film di fantascienza - di questi tempi - peraltro firmato da Scott è comunque un'occasione di quelle da non perdere, perché da un punto di vista esclusivamente visivo, registico e fotografico è qualcosa di impressionante (le sequenze iniziali sono straordinariamente belle). Al contempo, a 33 anni dal suo capolavoro "Alien" non potevamo aspettarci un'opera di tale caratura, che potesse minimamente competere con la creatura originale.
Anche perché, per quanto mi riguarda, "Alien" era perfetto già così come era stato concepito, e non ho mai avuto bisogno di alcuna appendice che mi spiegasse chi fossero quegli splendidi e spietati schifoidi, da dove venissero, quale fosse la loro origine e via dicendo.

Il buon vecchio Ridley, pur giocando a colui che vuole innocentemente (?) "distaccarsi" dalla mitologia di quella saga con un film assolutamente nuovo - casca però nel più gongolante autocitazionsimo (come qualsiasi grande autore di questo mondo, che fondamentalmente passa la vita a raccontare sempre la stessa storia) e - soprattutto nel finale - tenta impacciatamente di piazzare qualche elemento di raccordo con il suo primo film, quando la Nostromo riceve il segnale di S.O.S. dalla luna di un grande pianeta e vi trova i resti di una nave spaziale (che vedremo in QUESTO film) piena di uova.

Sostanzialmente, oggi questo genere di pellicole si basa principalmente sugli effetti speciali (tristemente anche sul 3D) mentre i cosiddetti "film di una volta" facevano perno sulla scrittura, sulla BUONA scrittura, su solidi impianti narrativi per i quali poi trame, dialoghi e contesti funzionavano come meccanismi ad orologeria.
"Alien" prima ancora di essere di fantascienza (e di fatto lo era, non dico il contrario) era un horror/thriller che per tutta la durata della visione ti toglieva il fiato; "Prometheus" è un POSSENTE film di fantascienza, nulla di più e nulla di meno. Con tutti i suoi limiti narrativi, pur se comincia davvero alla grande, soprattutto per come affronta il tema della Fede.

Non voglio spoilerare nulla (perché - lo ripeto - va visto) ma c'è un preciso momento del film, da quella che è forse la scena più disturbante/impressionante (un'operazione chirurgica) in cui tutto comincia ad andare a rotoli, sistematicamente. Da quel momento in poi, la trama diventa quasi ridicola, ogni personaggio perde qualsiasi abbozzo di caratteristica avesse potuto avere fino a quel punto. Non ha senso chi muore e COME muore, così come non ha senso chi resta in vita e COME resta in vita, alla faccia di qualsiasi espediente possibile!
Insomma, da quel momento in poi, se fossi Ridley Scott sarei imbarazzato (eppure se lui gira in Porsche e io con una Ford Fiesta qualcosa vorrà pur dire, soprattutto che non gliene fotte una cippa); "Prometheus" è un film ridondante e pretenzioso che non ha nessuna carta valida per essere considerato un capolavoro del cinema contemporaneo (potevo casomai dirlo per il suo "American Gangster", che era perfetto), che va visto per il suo impatto visivo e va dimenticato per il suo finale… dopo il quale - e lo dicevo scherzando all'uscita dell'anteprima stampa - potremmo anche ipotizzare un crossover con la missione quinquennale dell'Enterprise, alla ricerca di nuove forme di cultura e di vita nello spazio profondo!

Detto questo, recitativamente parlando, il mio plauso personale va a Michael Fassbender ("300", "Bastardi senza gloria", "Jonah Hex", "X-Men: l'inizio") che probabilmente interpreta il miglior personaggio del film, cioè l'androide David. Ma - sarò di parte? - va anche a Idris Elba, cioè il Capitano Janek dell'astronave Prometheus, che altri non è che il superfighissimo Stringer Bell del serial televisivo "The Wire"… che infatti SPACCA, e che infatti è l'unico che si tromba Charlize Theron (tra l'altro con stile da vendere!).
Curiosamente anche Elba, oltre ad aver già lavorato con Scott nel succitato "American Gangster", come Fassbender ha recitato in diversi film tratti da fumetti, come "The Losers", "Thor" e il recente "Ghost Rider".
Assolutamente INSIPIDA, invece, colei che dovrebbe risultare la protagonista, quella Noomi Rapace che ricordo solo per la sua parte nella trilogia svedese di "Uomini che odiano le donne" (che nemmeno mi è piaciuta). Inadatta, inverosimile, ad anni luce di distanza dallo spessore di Ripley o anche solo dal talento di Sigourney Weaver!

"Prometheus" insomma, non passerà alla storia come il miglior film dell'anno, ed è un vero peccato considerando che aveva tutte le potenzialità per esserlo dell'intera decade! Allora bisogna che io mi riveda "Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno" (un altro dei tre film di cui parlavo in apertura) per dargli una seconda chance... ;)

sabato 4 agosto 2012

John Murphy si fa in due.

I cinefili più accaniti e/o gli appassionati di colonne sonore non possono non conoscere John Murphy (tra i suoi lavori, anche il bellissimo original score del "Miami Vice" di Michael Mann). Ci sono due film in particolare che sono notevolmente arricchiti dalle sue musiche, che sublimano a pieno il pathos drammatico del racconto. Veramente da brivido.
Ora - in quanti se ne saranno accorti? - in alcuni dei momenti topici del "Sunshine" di Danny Boyle e nella scena madre del "Kick-ass" di Matthew Vaughn (cioè la sparatoria stroboscopia al rallentatore, che culmina nella morte di Big Daddy) il Maestro Murphy utilizza praticamente LA STESSA composizione, anche se con un arrangiamento più orchestrale nel primo caso e più elettrico nel secondo.
Non che la cosa sia poi così celata, essendo entrambe le tracce sottotitolate "Adagio in D minor" anche nei booklet delle rispettive soundtracks (con la sola eccezione che nel primo film il titolo vero e proprio è "Sunshine", mentre nel secondo è "Strobe")… ma quello che mi chiedo è: in casi come questo, come funziona? Murphy viene comunque pagato due volte?

Ad ogni modo, acoltatevele perché meritano:

giovedì 26 luglio 2012

KNN+BDR • 8th preview

Un'anteprima in tre colpi!!!