martedì 24 aprile 2012

Changes.

Ricordo che un bravissimo Silvio Orlando nel ruolo che interpretava in "Sud" di Gabriele Salvatores (quando Salvatores faceva ancora bei film) diceva qualcosa del tipo: "Bisogna sempre muoversi veloci, muoversi veloci per non venire nelle foto"

Ora, al di là dei cambiamenti (il primo potete già vederlo da un punto di vista puramente grafico/estetico) io credo che quella frase - che in tanti anni mi è sempre rimasta impressa - sia qualcosa che mi appartiene profondamente, quantomeno nel suo significato metaforico. Ma non solo.

Intanto mi do' da fare.
Poi con calma avremo modo di valutare i risultati.
Nel frattempo - tanto per dire - penso al fatto che sabato pranzerò a Napoli.
E che per uno strano paradosso spazio-temporale, domenica alla stessa ora pranzerò a Genova… woooooosh!!!
Muoversi veloci.

lunedì 16 aprile 2012

Senza titolo #2

made with Paper 53 on iPad.
Mi parli di malizia.
Proprio qui, in questo blog, talmente pubblico da non permettere nessun fraintendimento.

Come se a furia di cercare qualcosa, a tornare indietro post dopo post, mese dopo mese, potessi trovare nuovi elementi di scontro e discussione.

Mentre - se solo tu lo volessi - potresti trovare parole come quelle scritte sul mio sketch. Che erano dedicate proprio a te, bro.

lunedì 2 aprile 2012

Aung San Suu Kyi.

Oggi più che mai, una mia grafica realizzata per le t-shirts di Impure Urbanwear... so, let's celebrate!!!

venerdì 23 marzo 2012

domenica 18 marzo 2012

Una [bella] storia qualunque.

C'è questo collega di Teresa, un uomo tutt'altro che imborghesito (anzi: credo di aver capito che è uno che - per esperienze di vita - manda a casa la metà di noi) nonché agguerritissimo sindacalista, che ha scritto un libro.
Giovedi scorso questo libro è uscito in libreria, pubblicato da un vero editore, non da uno di quelle decine di cialtroni che chiedono soldi a quelle migliaia di ipotetici scrittori che farebbero di tutto pur di vedere il proprio romanzo esposto sugli scaffali della Feltrinelli. Che poi quel genere di editori, dopo averti spillato duemila euro (che, beata ingenuità, sono già più di quanto loro spendono di stampa) nemmeno ci arrivano da Feltrinelli, ma questa sarebbe un'altra storia.

Torniamo al nostro uomo.
Che Tere, per stima e per amicizia, ha voluto subito acquistarne una copia. E quando dico "subito" intendo il giorno stesso della sua uscita (per poterglielo portare già il giorno dopo al lavoro, per farselo dedicare); e fate conto che alla Feltrinelli di via Appia ce n'erano una decina di copie, che - se masticare un minimo di distribuzione editoriale - non sono affatto poche!

Sul romanzo vero e proprio torneremo in seguito, probabilmente con un post specifico. E in questo momento non sto nemmeno qui a polemizzare sul fatto che la casa editrice - approfittando della sua posizione di fronte ad uno scrittore comunque "esordiente" - ha imposto il cambiamento del titolo del libro (scegliendone uno che ovviamente al suo autore nemmeno piace) nel tentativo di creare più appeal, spacciandolo per un romanzo romanticamente teen oriented con tanto di cuore in copertina, citazione ad una nota canzone di Silvestri, fascetta che recita "un po' Fabio Volo e un po' Nick Hornby" e via dicendo.
Insomma, qui nessuno è nato ieri: conoscete meglio di me questi meccanismi che spesso gli editori credono geniali. Anche se questo romanzo, strettamente autobiografico, non è affatto romanticamente teen oriented.

Ma torniamo al nostro uomo.
O meglio: ai suoi amici, ai suoi conoscenti, ma soprattutto ai suoi colleghi. Come mia moglie. Che sul suo Facebook è iscritta al "Gruppo" del suo posto di lavoro (non c'è bisogno di dire quale sia perché chi la conosce bene sa dove lavora). E da giovedì scorso, è un tripudio di commenti e/o foto di gente col suo libro in mano; con una copia, due, cinque, sette da poter regalare anche ad altri amici.

Io mi guardo queste foto, questo entusiasmo assolutamente disinteressato, trovandoci una purezza a cui non sono abituato: i tuoi colleghi ("i tuoi colleghi", capite? Che non sono tuo fratello o il tuo amico del cuore) che ti riconoscono ciò che hai fatto, che ti gratificano con l'acquisto, che partecipano con te a questo importante evento.

Una purezza che mi ricorda i miei primi anni '90, ma SOLO nella musica. Perché a mano a mano che qualcuno produceva/pubblicava il suo primo vero album di rap, era una gara a chi lo acquistava per primo, a chi supportava quell'amico, a chi gli riconosceva quel primo traguardo.

Ma nei fumetti?
Riuscite a immaginare una cosa del genere nei fumetti?
Dove tutti aspettano che casomai quella copia gli venga regalata, altrimenti col cazzo che te la comprano! Dove (quasi) nessuno legge la roba degli altri, autocompiacendosi solo della propria, nel mantenimento di uno status (cioè se stessi come proprio argomento preferito). Dove casomai sono tutti pronti a sparare merda sull'ultimo volume di un "collega" che in molti casi - per metroquadratura limitata dell'ambiente - è anche un amico.
Anche su Facebook (dove la community del fumetto, senza nemmeno volerlo, ha creato un fittisisimo network grazie al quale tutti sanno i cazzi di tutti, escludendo di fatto la possibilità di qualsiasi bluff) vedete mai cose del genere?
Questo entusiasmo? Questa gratificazione? Questa partecipazione?

Allora forse quella che vi ho raccontato è solo una storia di gente normale.
Beh, se è così: evviva la gente normale!!!

sabato 10 marzo 2012

Vola per sempre, Arzach.


Mi rivolgo principalmente a tutti i miei amici NON fumettari e/o appassionati di fumetto (come dire: ai miei VERI amici di sempre) perché proprio loro, probabilmente, non hanno la minima idea dell'importanza e del peso di Jean Giraud a.k.a. Moebius nel fumetto mondiale. Si, mondiale. Spesso è stato definito "il disegnatore più bravo del mondo", perché - anche non lo fosse stato - era comunque a pochi millimetri dalla perfezione.

Dire che l'ho A.D.O.R.A.T.O è dire poco.
Ai suoi livelli, posso dire di aver provato lo stesso infinito (e tristissimo) senso di perdita SOLO con Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

A casa, credo di avere la sua opera omnia. Ebbi anche l'onore e l'occasione - un'unica occasione! - di conoscerlo di persona a Perugia, ad una fiera di fumetto che oggi non esiste nemmeno più. Lui venne al nostro stand di "Katzyvari"… non sto scherzando: venne lui da noi (di sicuro lì al tavolo con me c'era Diavù, forse anche Ottokin, ma certamente hanno anche loro questo straordinario ricordo). Si fermò solo qualche minuto. Per me - che non sono mai stato un "cacciatore di sketch" - giusto il tempo di avere per sempre un suo disegnino originale che però ora non posterò, custodendolo gelosamente come una cosa solo mia.
Bene. Non devo dire altro.

Riposa in pace, Maestro.

mercoledì 7 marzo 2012

di Facebook, numeri e popolarità.

Dopo anni passati a lurkare con il mio profilo di Facebook finalmente Tere - lei che era "contro", che ha sempre sostenuto di NON volerne aprire un suo - si è decisa a fare questo passo ed è entrata nel più grande social network del mondo.
Sempre che non sia Twitter, che così su due piedi non saprei.

Ad ogni modo, come CHIUNQUE prima di lei, una delle prime domande che mi ha fatto (al di là dei settaggi sulla privacy) riguardava gli "amici", qualcosa del tipo: "Ma quanti amici bisognerebbe avere su Facebook? Poi se uno ne ha pochi, sembra uno sfigato"...

Una paranoia che - quantomeno all'inizio - ha attraversato almeno una volta la mente di qualsiasi essere umano del pianeta, come un brivido. E chi vi dovesse dire il contrario, mente sapendo di mentire!

Ma Teresa è solo lo spunto di questo post.
Perché su questi numeri, su questa mutevole ed eterea quantità di amici, conoscenti, amici di amici, parenti, colleghi, groupies o emeriti sconosciuti (accettati - per l'appunto - solo per fare numero) si potrebbero scrivere interi tomi antropologici. Che ora non ho voglia di affrontare. Ma chi pesa la propria popolarità attraverso il numero degli amici che ha, fondamentalmente mi fa piuttosto tenerezza. 

Ricordo che Simona Pili (ancora 'sta Simona Pili? Chi è Simona Pili?) quando aprì il suo profilo FB e raggiunse 100 amici, scrisse: "Sto diventando più popolare della Coca Cola!!!"… eh eh eh ;)

La popolarità, questa brutta bestia.
Leggevo da qualche parte (ora non ricordo dove di preciso) che la media di amici per una persona comune è di circa 150. Con "persona comune" si intende qualcuno/a che NON E' un personaggio pubblico, un autore, un artista o quant'altro. Quindi una persona qualsiasi, che studia o lavora, che nella vita quotidiana frequenta amici, parenti, colleghi, conoscenze di sport e/o altro, e che al massimo con questo social network raggiunge i suoi vecchi compagni di classe. Magari anche una ex fiamma, da cui nascono sempre danni, ma questa sarebbe un'altra storia di Facebook.

Ora, sia chiaro: a me questo genere di statistiche stanno abbastanza sulle palle, e comunque lasciano sempre il tempo che trovano. Perché anche la persona comune può arrivare tranquillamente ad avere migliaia di amici… tanto più se è una giovane femmina bella e ammiccante, propensa alla pubblicazione di un mare di foto e autoscatti, quindi sommersa da richiesta di amicizie, lei che gioca con la propria sensualità o la propria zoccolaggine, a seconda dei casi. Nella stessa misura in cui un personaggio pubblico - per contro - potrebbe averne solo poche centinaia.
Comunque sia, quell'articolo parlava appunto di media.

Resta il fatto che questi numeri - alla fine - intrigano un po' tutti. Cioè andare a vedere effettivamente QUANTI amici abbia o meno quella determinata persona, quel personaggio. Allora tralasciamo per un attimo i casi delle zoccole di cui sopra, che farebbero storia a sè. Per proseguire la mia argomentazione, entro in un campo che conosco bene, cioè quello dei fumettari.

E se vado a vedere il numero degli amici che hanno (prendendone a campione cinque tra i più famosi d'Italia) leggo rispettivamente 3.546, o 2.488, o 2.481, o 2.125 o 1.865 (ognuno di loro può riconoscersi facilmente da questi numeri, aggiornati al 7 marzo 2011). Che non sono affatto pochi, nevvero?

Però poi è tutto relativo.
Perché se penso che questi sono i numeri dei più popolari tra gli autori italiani, allora - in un confronto tra musica e fumetto, dove la prima vince sempre a mani basse - fa sorridere come l'ultimo imbecille dei rapper raggiunga 5.000* amici e debba rapidamente aprirsi una seconda pagina!
Ma (volendo giocare in un territorio più "simile" al nostro) anche la più sfigata delle cosplayer ne raggiunge rapidamente 5.000*


* Mi dicono: "Ti credo, quelli accettano cani e porci"... si, eh? Perchè invece i nostri fumettari fanno la selezione all'ingresso?!? Seeeeee ;)

Comunque sia, non stavo nemmeno parlando di cantanti "famosi" in termini televisivi o radiofonici, quelli che fanno il SOLD OUT ai concerti, perché a loro il limite di 5.000 amicizie starebbe stretto dal giorno uno.
Parlo di una nicchia nella nicchia (cioè gli mc's più underground all'interno di una scena hip hop a sua volta già microscopica all'interno del mercato musicale generalista) i cui spesso giovani protagonisti - oltre che saper usare molto bene tutta la potenzialità del web e dei social network - secondo la stessa logica dei numeri sembrano essere assai più popolari dei più blasonati tra gli autori italiani di fumetto. Sorprendente, vero? No.

Allora è davvero tutto così relativo. E pesare la propria popolarità attraverso il numero delle proprie amicizie su Facebook è solamente qualcosa di cui sorridere, per non dire altro.

venerdì 2 marzo 2012

Lucio e gli altri.



Mi fa davvero uno strano effetto pensare che nemmeno tre settimane fa, alla morte di Withney Houston, nella prima stesura del pezzo che le ho dedicato qui sul blog ci fosse un passaggio (che poi ho tagliato perché suddetto pezzo era già abbastanza lungo) in cui scrivevo:

"Parlo di Battisti, ma la sua morte l'abbiamo già elaborata da molto tempo. Erano quasi quindici anni fa, e noi eravamo tutti più giovani. Il paragone tra un americano che legge improvvisamente della morte della Houston e un italiano, potrebbe essere ancora più calzante - in termini di dispiacere, di dolore o di senso di perdita - se leggessimo all'improvviso che è morto Claudio Baglioni, o Francesco De Gregori, o Lucio Dalla, o Antonello Venditti, o Vasco Rossi. Lì per lì ci prenderebbe un colpo, non credete? Eppure - a meno che non ci spalmiamo prima noi sul Raccordo Anulare! - prima o poi succederà"

Ecco.
Rileggerlo oggi è veramente strano.
Perché una cosa è scriverlo, un'altra vederlo succedere.

Oltre ad aver deciso di tagliarlo, in quelle righe nemmeno approfondivo più di tanto il concetto che volevo esprimere. Perché la nostra generazione ha visto esordire e crescere (in certi casi raggiungere il pieno successo) un'intera schiera di gruppi, cantanti e cantautori; penso immediatamente a Jovanotti, ai Subsonica, a Silvestri e tutta la scuola romana, a tutti i rapper che conosco, a Giorgia e chi più ne ha più ne metta, chiunque altro/a possa avere indicativamente la nostra età.

Ma Baglioni, De Gregori, Dalla, Venditti, Renato Zero o ancora Franco Battiato e Ivano Fossati, c'erano già PRIMA di noi. Spesso i nostri genitori avevano già i loro dischi. E altrettanto spesso noi siamo cresciuti proprio ascoltando quei vinili, che in seguito - in qualche caso - ci siamo pure portati a casa nostra, proseguendo la discografia, continuando a seguirli album dopo album, come fosse un filo invisibile che lega simbolicamente questi artisti ai nostri affetti e alle nostre passioni/tradizioni familiari.
Di padre in figlio, rendendoli realmente intergenerazionali.

Ci sono sempre stati, insomma.
E noi li abbiamo sempre visti come esseri immortali.
Mentre l'unica cosa immortale - ci insegna la vita, come ieri - è la bellezza di alcune loro canzoni, che rimarranno davvero per sempre.

lunedì 27 febbraio 2012

In che mani siamo? ;)



Dunque, la storia è questa.
Sentite un po'.
L'idea mi frullava in testa già da diverso tempo, ma lo scorso dicembre - durante la manifestazione Più libri Più Liberi (dove mi trovavo sia in veste di lettore/spettatore, che in quella di autore Tunuè) - l'ho proposta ad un editore romano piuttosto noto di cui per ora eviterò di dire il nome, anche perché potrebbe darsi che non voglia ancora far sapere che potrebbe pubblicare qualcosa di così DIVERSO dal proprio catalogo.
Comunque sia, diciamo che si è dimostrato interessato.

Successivamente, ci siamo sentiti per telefono e per mail, entrando meglio nel dettaglio del libro che gli avevo proposto, fino alla stesura di una sorta di contratto di opzione. Che non è propriamente un contratto di pubblicazione, ma quasi.
Tenente conto che nel mio modus abituale secondo il quale "nun se butta via gnente" (nè i lavori, nè il tempo) mi è già capitato in passato di aver firmato un contratto per un libro con Castelvecchi (qui posso dirlo) per poi ritrovarmi ad opera praticamente conclusa di fonte al fallimento e alla chiusura dell'editore! E pensate che, con la mia intraprendenza, quel libro sia rimasto lì a prendere polvere?
No, esatto. Tempo dopo è uscito per un altro editore, altrettanto valido. Della serie che l'ho comunque piazzato, visto pubblicare (con tanto di anticipo sui diritti d'autore, nonostante tutti quelli che ci avevano già collaborato mi dicevano che quello lì non mi avrebbe mai pagato) e infine visto ben esposto in libreria.
E chi vuole intendere, intenda.

Ma torniamo all'oggi.
Questo nuovo libro si suddivide in due parti molto nette.
Il titolo provvisorio, in lavorazione, è Un diavolo in noir.
La prima parte sembra quasi un romanzo. Dove si racconta la storia molto particolare di un avvocato newyorchese attraverso gli occhi del suo quartiere e delle donne che lo hanno amato. Alcune sono morte, altre lo hanno tradito, altre ancora - dopo essere state sue amanti - sono arrivate ad ostacolarlo, ma non nelle aule del Tribunale. Qualcuna, grazie a Dio, è ancora dalla sua parte.
Piano piano che si procede nella lettura, ci si rende sempre più conto della dualità del nostro protagonista. Che se a prima vista sembra un uomo tutto d'un pezzo, dalla enorme caratura morale e deontologica, che si batte fino allo stremo in nome della Legge, poi scopriamo invece contraddire tutti questi suoi valori in nome di una Giustizia privata (che troppo spesso si confonde con la semplice vendetta personale). Quando non difende gli innocenti in aula, colpisce i colpevoli fuori da essa!
Entriamo quindi del delicato tema dei giustizieri. Che così su due piedi - anche per il linguaggio e la tecnica narrativa adottata - può immediatamente portare il lettore a pensare a Dexter, il giustiziere/serial-killer dell'omonimo serial americano di grande successo.
Anche perché fino a questo punto, non ci sono altri riferimenti riconoscibili.

Se non che, si arriva alla seconda parte del libro.
Ma apro una breve parentesi: dovete infatti pensare che questo libro non lo pubblicherà una casa editrice specializzata in fumetti, e verrà distribuito nelle librerie di varia, per un pubblico generico. Immagine di copertina e titolo non avranno nessun richiamo e/o riferimento fumettistico. Sembrerà una cosa molto seria, una sorta di thriller urbano (o al massimo un noir, come suggerisce il titolo stesso). Non è cioè concepito per quei cento possibili lettori appassionati di fumetto, quanto piuttosto per quei potenziali millenovecento che faranno esaurire la prima tiratura di duemila copie!!! Yeah.
Che in termini editoriali, per chi non lo sapesse, oggi come oggi in Italia sarebbe già un traguardo enorme.

Perché specifico una cosa del genere?
Perché quel quartiere di New York si chiama Hell's Kitchen.
Perché - non ve lo avevo detto? - quell'avvocato E' CIECO, e si chiama Matt Murdock.
Perché quelle donne si chiamano Karen Page, Elektra Natchios, Natasha Romanoff, Milla Donovan.
Perché quel giustiziere è un vigilante che si fa chiamare Devil.

E come il colpo di scena di un film, il libro da quasi/romanzo si trasforma in un saggio.
Dove si ricostruisce (e si decostruisce) la storia di questo straordinario supereroe della Marvel Comics creato nel 1964 da Stan Lee e Bill Everett, inizialmente considerato di Serie B. Dalle sue origini classiche alle infinite riletture operate negli anni, quelle che gli hanno fatto perdere l'innocenza: il Devil di Ann Nocenti, il Devil fondamentale di Frank Miller con la saga di Elektra, o insieme a David Mazzucchelli (Born again), a Bill Sienkiewicz (Love and War) o ancora a John Romita Jr. (The man without fear). Le cose che abbiamo saputo soltanto dopo, come la storia di suo padre, il pugile Battlin' Jack Mordock. I suoi importanti momenti di passaggio, come il Guardian Devil di Kevin Smith e Joe Quesada. Fino al Devil moderno, quello che - grazie a scrittori come Brian Michael Bendis e Ed Brubaker - è diventato sempre più cupo, tormentato, ossessionato. Con storie e superbi disegnatori (Alex Maleev, Michael Lark o l'italianissimo Marco Checchetto) che - pur muovendosi nel genere superomistico tinto di dark - ne stanno facendo un grande modello di noir contemporaneo.

Potrei andare avanti ancora un bel po', ma preferisco fermarmi qui.
Perché il vero motivo per cui sto dicendovi tutto questo è un altro.

Quando mi sono trasferito qui dove abito adesso, in zona Cinecittà, ho lasciato la stragrande maggioranza delle mie collezioni a fumetti nel sottotetto di casa dei miei a Casal Palocco. Chiuse in scatoloni di cartone, sigillate con lo scotch da pacchi. Inutile dirvi quanto sia difficoltoso/faticoso per me andare a recuperare uno ad uno tutta quella mole di albi, ammassata e messa via disordinatamente.

Alchè - vuoi per pigrizia, vuoi per quell'intraprendenza che mi è propria (come scrivevo prima) - m'è venuto in mente di scrivere "spudoratamente" al direttore editoriale della Marvel Italia, quello che solitamente chiamano "il Sommo"… avete presente, no?
Mi era già capitato altre volte di avere contatti diretti con lui, quindi gli ho scritto in modo molto spontaneo, senza aver nulla da perdere, delle serie "tentar non nuoce" (ma volendo anche della serie "domandare è lecito, rispondere è cortesia"). Per facilitarmi il lavoro, gli ho chiesto se cortesemente avesse la possibilità di mandarmi cinque volumi di Devil che mi mancano (cinque volumi che raccolgono importanti story-arc che avevo letto a puntate dentro gli albi spillati). Se non fosse stato possibile, gli dicevo inoltre che - senza problemi - mi sarei organizzato diversamente.

Ora, io mi chiedo - e chiedo a tutti voi - se vi sembra possibile che una delle più alte cariche dirigenziali di uno dei più grossi editori europei di fumetti, possa rispondere in questo modo ad una mail oltretutto gentilissima: "Ah ah ah, buona questa! Mi hai allietato la serata"...

Poteva rispondere di si, che lui una cosetta del genere (vista la sua posizione) la sistema in tre minuti!
Poteva rispondere di no: che era complicato, che non ne aveva voglia o tempo, che quei volumi - per dirne una? - sono esauriti.
Poteva addirittura non rispondere affatto, se poi rispondere significa farlo in quel modo.

Allora sulle politiche promozionali e le strategie comunicative della Marvel Italia, leggi Panini Comics, ne sono già state dette di tutti i colori, lo so bene. Ma se pensate che un volume che a voi costa dai sedici ai venti euro, a loro (come costo copia) non può superare i quattro euro, in pratica gli stavo chiedendo un aiuto/contributo equivalente ad una ventina di euro di valore totale… per qualcosa che - oltre ai miei ringraziamenti personali all'interno del libro, quindi una sorta di "coinvolgimento" informale - tratta comunque un personaggio che in Italia viene regolarmente pubblicato da loro!!!

Ora parlo proprio con te.
E' un concetto così difficile da afferrare, Direttore?
Tic, tac, tic, tac, sento già le tue dita che corrono sul touch screen.
Forse se consulti il dio Twitter ti da una risposta.
Ma soprattutto "Buona questa" come se io t'avessi scritto una battuta.
Dimmi: dov'era esattamente il punto in cui si poteva ridere?

giovedì 23 febbraio 2012

Da Ranxerox a Coca Colla!

The Cola Cola Company (suppongo tramite un rappresentante legale qui in Italia) scrive ai fondatori/amministratori di Coca Colla intimando l'uso del nome che - secondo loro - assomiglia troppo al proprio brand con le bollicine. Tocca cambiarlo o chiudere.

La diffida giunta a questi ragazzi da parte del colosso americano mi porta subito alla mente il caso analogo che investì Tamburini e Liberatore nel 1980 con il loro Rank Xerox.
Anche in quel caso, ricevettero una diffida scritta nella quale la Rank Xerox S.p.a. chiedeva l'immediato cambio del nome del personaggio - che dal '79 veniva pubblicato a puntate dentro a "Il Male" - perché altrimenti, in caso contrario (cit.) "la nostra Società si vedrà costretta a tutelare i propri diritti nelle competenti sedi giudiziarie"...

Gli autori lo cambiarono dunque in RANXEROX e il successo del fumetto (o meglio: il suo enorme impatto iconografico nel mondo) non ne risentì di una sola virgola.
Per la cronaca, quella lettera fu pubblicata in terza di copertina la prima volta che l'editore Primo Carnera raccolse le storie del nostro Ranx in un unico volume (nel febbraio 1987, in un libro che comprende sia quelle pubblicate su "Il Male" che quelle successive su "Frigidaire", a poco meno di un un anno dalla prematura morte di Stefano Tamburini avvenuta nell'aprile 1986) a testimoniare che non si trattasse solo di leggende metropolitane. Era tutto vero. Znort!

La storia, dunque, si ripete.

Eppure - nonostante certi procedimenti partano quasi sempre da dirigenze imbolsite che probabilmente nemmeno si prendono la briga di verificare COSA contenga/proponga effettivamente quella specifica realtà (spesso indipendente) che si sta andando a diffidare - c'è qualcosa di profondamente diverso nei due casi, in termini di percezione.

La Rank Xerox S.p.a. all'epoca poteva effettivamente non gradire l'accostamento del proprio nome ad un'opera considerata da molti IMMORALE. Quantomeno per i parametri borghesi di quegli anni, di cui riviste come "Il Male" e "Frigidaire" rappresentavano proprio la rottura.
Nei fumetti di Ranxerox c'erano troppa violenza, troppo sesso (anche con minorenni, come la stessa Lubna), un linguaggio troppo crudo ed esplicito. Figuriamoci quindi se i legali della società diffidante si misero ad interpretare il senso metaforico del tutto, la feroce critica sociale operata da Tamburini e Liberatore, che in quel momento di grazia (poi irripetuto) erano davvero avanti anni luce!
Scrivevano infatti (cit.) "protagonista è un personaggio di fantasia, le cui imprese sono un concentrato di violenza, oscenità e turpiloquio"… "l'uso di tale nome, poiché è associato ad un personaggio che è poco definire deteriore, è gravemente lesivo della nostra reputazione"…


The Coca Cola Company, invece, va a rompere le uova nel paniere ad uno dei siti più belli, innovativi e creativi che siano stati realizzati negli ultimi anni. Un luogo dedicato a design, street art, comunicazione e new media ("un blog d’ispirazione focalizzato su arte, design, advertising, cultura urbana, nuovi trend della rete e ogni forma creativa di espressione estetica") nato da una passione e una competenza che giungono direttamente da quella innegabile fucina di talento che è Catania… cioè proprio quel sud d'Italia che - anche nella demagogia sempre retorica delle nostre politiche giovanili - dovrebbe essere stimolato e supportato nelle proprie iniziative, soprattutto se di carattere culturale!

C'è genunio entusiasmo all'interno di Coca Colla.
C'è sana curiosità all'interno di Coca Colla.
C'è solo POSITIVITA' all'interno di Coca Colla.
Possibile che una multinazionale la cui immagine da sempre (anche nella proprie campagne pubblicitarie) è all'insegna dei valori positivi, debba andare a rompere i coglioni proprio a loro?
Ecco perché è solo FINZIONE e IPOCRISIA quel tipo di pubblicità.

Beh, a questo punto - come già fu per Ranxerox - io (mantenendo la stessa grafica e la stessa font, che poi è una tag) suggerirei la sostituzione di una sola lettera che crei un nuovo gioco di parole, sul genere POCA COLLA o COCA MOLLA o via dicendo.
Si, insomma: i creativi siete voi, no? Forza con le idee!!!
Io nel mio piccolo, per quanto possa contare, supporto.

domenica 19 febbraio 2012

Emma?!? • Il mio solito pezzo su Sanremo.

E' dal 2001 - cioè da quando ho cominciato a scrivere/lavorare per la Nexta Media - che scrivo ALMENO un pezzo all'anno su Sanremo, attraverso un altalenante percorso giornalistico che (anche quando cominciai a collaborare con Vanity Fair) mi portò giocoforza ad affrontare tematiche musicali più generaliste, non più specificatamente rap/soul/R&B. Nel 2004 ci sono addirittura stato di persona, a Sanremo. Ma erano tempi più frivoli e spensierati. Comunque sia, si parla sempre di musica, non di gossip. Quindi si aprino le danze con il mio obolo annuale…



Sia chiaro: a me Emma non ha fatto niente di male e non ce l'ho propriamente con lei. Casomai (e su questo blog l'ho ripetuto un'infinità di volte) ce l'ho con i talent show televisivi, con il loro meccanismo, con quello che mettono nella testa ai ragazzi che ci partecipano, cioè l'illusione - e la promessa? - di un successo troppo facile. Ma questa sarebbe un'altra storia.

Quello che mi lascia realmente basito, è la reiterata IMBECILLITA' degli autori e delle dirigenze della Rai, che sono quattro anni consecutivi - come dire: l'innegabile momento della piena esplosione dei talent show! - che cascano nella stessa trappola, nello stesso modo, con gli stessi artisti.
Quelli cioè che provengono dalla rodatissima scuderia di Maria De Filippi e dei suoi "Amici". Regalando di fatto un'enorme popolarità al programma di Mediaset (leggi: alla concorrenza) ed avallando quella stessa promessa di successo: hai vinto l'ultima edizione di "Amici"? Bene, ora puoi vincere anche il Festival di Sanremo!!!

Se escludiamo la vittoria di Roberto Vecchioni dello scorso anno, edizione in cui però non partecipava in prima persona nessun cantante di "Amici" (se non la stessa Emma, ma solo in veste di ospite dei Modà, piazzandosi comunque al secondo posto) nel 2009 ha vinto Marco Carta, nel 2010 ha vinto Valerio Scanu e ieri sera ha vinto Emma. Che tripletta, eh?

Possibile che lassù in Rai non ci sia qualcuno - magari non appartenente all'era giurassica! - che non capisca che il meccanismo del televoto farà vincere SEMPRE queste giovani star omologate, prodotti più televisivi che musicali?

Immaginate centinaia di migliaia di teenagers che vivono già NORMALMENTE con il cellulare in mano, abituati a televotare tutto e tutti, preparatissimi davanti alla TV (aspettando Emma, in questo caso) con la loro bella scheda prepagata, pronti a spedire quanti più SMS possibili con il loro cellulare, con quello di genitori nonni fratelli zii cugini e amici, pronti (e capaci) ad utilizzare al meglio il web - Twitter e Facebook su tutti - per incitare al televoto altri amici, altri cugini, altri fan, la loro intera community di "Amici"Che poi è proprio la forza del social network, potrei aggiungere.
Immaginate, insomma, quale OCEANICA mole di televoti sono capaci - questi teenagers - di far arrivare ad Emma!!!

Immaginate ora un Samuele Bersani.
Parlo di lui per dirne uno, nel senso che Bersani è bravo, i suoi pezzi sempre raffinati, la sua carriera musicale piuttosto esemplare. Il suo pubblico (così come la sua credibilità) se l'è guadagnato negli anni, fan dopo fan. Il suo pubblico è cresciuto INSIEME a lui, perché Samuele non gli è stato proposto in maniera preconfezionata dalla tivvù.
Parlo di lui perché - per esempio - piace molto anche a Teresa (fate conto che diversi anni fa, proprio per farglielo conoscere, la mandai ad intervistarlo al posto mio!!!). Eppure nonostante gli piaccia, lo ascolti e abbia qualche suo CD, anche Teresa - se lo vede durante la sua esibizione a Sanremo - non si alza mica per andare a prendere il telefono e votarlo. Capite?

Molto difficilmente il pubblico di certi cantautori - più maturo e/o comunque di età più adulta - utilizzerà il televoto per manifestare la propria preferenza, anche se quello che sta cantando in quel momento è uno dei suoi artisti preferiti.
Il risultato sarà inevitabile: Emma riceverà centinaia di migliaia di televoti, Bersani (nel migliore dei casi) solo qualche migliaio. Indipendentemente dalla canzone che sta presentando, dalla qualità del pezzo o dell'esecuzione.

Il risultato, inoltre, è sempre FALSATO.
Intendo dire che con questo meccanismo non solo non vince la qualità, ma non vince ciò che è realmente rappresentativo della musica italiana, sia in termini di cultura (si può ancora dire "cultura"?) che di mercato.

Una piccola parentesi super partes (visto che non sono certo il mio gruppo preferito): nel 2005 i Negramaro - un progetto genuino, coerente, dall'innato talento - parteciparono a Sanremo nella categoria "Nuove proposte" e furono eliminati alla terza serata. Oggi riempiono gli stadi.
Chiaro il senso della parentesi?

La vittoria a Sanremo per un/una cantante di "Amici" è sempre una vittoria di Pirro.
E' qualcosa causata da un mero calcolo matematico (il televoto) ma non significa molto altro.
L'ho sostenuto nel 2009 e ripetuto nel 2010, dicendo che il tempo mi avrebbe dato ragione.
Perché continuo a sostenere che questo genere di cantanti non rappresenta la musica italiana?
Perché mi davano del pazzo quando dicevo che Marco Carta e Valerio Scanu, nel pieno del loro successo, sarebbero durati poco. Ma a distanza di un lasso di tempo decisamente breve, sono già stati usati, mangiati, digeriti e cacati via dal mercato discografico, che è spietato. E avranno pure vinto un Festival di Sanremo, ma nella musica italiana già non contano più un cazzo.

Allora in bocca al lupo, Emma.
Riparliamo di te nel 2015, d'accordo?

domenica 12 febbraio 2012

La "mia" Whitney.



A questo punto potrete leggere tutti i necrologi che volete. Sul web ne fioccheranno a pacchi: coccodrilli di giornalisti che forse non hanno mai ascoltato un suo intero album in vita loro, retoriche e banalità come se piovesse su Facebook di gente che la ricorda solo per "I will always love you" (senza nemmeno sapere che è la cover di un brano originale di Dolly Parton) o per il suo "The Bodyguard" accanto a Kevin Costner (in cui era effettivamente bellissima) scrivendo commossi "addio, Whitney, ci mancherai"...
Io invece ne le dirò addio, perché i suoi dischi resteranno con me per sempre.
E parlo di quelli originali, uno per uno, non delle compilation che da oggi in poi le verranno copiosamente dedicate.

Io Whitney Houston l'ho sempre amata, e non mi vergogno affatto di dirlo.
Ci sono cresciuto insieme, sin dagli anni '80, dalle festicciole a casa di Francesca Placenti ballando "I wanna dance with somebody" (del 1987) in un'epoca in cui nemmeno conoscevamo un termine tecnico come R&B. Da quel momento in poi, l'ho vista crescere - successo dopo successo - fino alla consacrazione del 1992 con "La guardia del corpo", a "When you believe" in duetto con Mariah Carey, ai suoi 180 milioni di copie vendute nel mondo!
Continuando a seguire i suoi beats, come "It's not right but it's Okay" (contenuta nel suo bel "My love is your love") che però nel frattempo - nel 1998 - ballavamo al Black Planet!
Ho assistito alla sua ascesa, poi alla sua caduta. Ma l'ho amata prima e anche dopo.
Fino ai suoi recenti tentativi di rilanciarsi, aiutata dall'amica Alicia Keys nel suo ultimo album "I look to you" del 2009, di cui scrivevo QUI.

Non mi interessano, ora, le sue vicissitudini private, il suo matrimonio fallimentare con Bobby Brown (che penso ancora che un uomo che picchia la propria donna è una vera merda, quando - avuto dalla vita la grazie di averla accanto a se - avrebbe dovuto adorarla), i suoi problemi con le droghe e l'alcool, le sue infinite riabilitazioni in clinica.
Non mi interessa sapere se è morta per una miscela letale di superalcolici e medicine, o affogata nella vasca da bagno dell'hotel in cui stava soggiornando.

Io, ora, so solo che la sua morte mi rattrista molto.
Mi colpisce molto più forte di tanti altri recenti decessi di cantanti o attori.
Semplicemente perché l'ho amata molto. E la sua morte - per chi come me ama la musica nera, l'R&B, il soul - può essere paragonata al dolore che provarono tutti coloro che amano la buona musica italiana d'autore quando morì Lucio Battisti.
C'è anche qualcos'altro, una specie di sapore amaro, che mi suggerisce un paragone analogo (e azzardatissimo): Whitney si è spenta la notte dei Grammy Awards, nello stesso modo in cui Luigi Tenco si spense durante il Festival di Sanremo. Nel quale - ahimè - stiamo per entrare proprio tra pochi giorni.

In molti non consideravano propriamente soul o R&B la sua musica, definendola pop.
Perché Whitney è stata spesso "commerciale" nelle sue scelte artistiche, è vero.
Vorrei dire a quei molti di riascoltarla in una sua esibizione dal vivo per capire quanto soul ci fosse nella sua voce e nelle sue skills (vedere video in calce al pezzo), ma sono proprio quelle sue scelte POP/olari - contestualizzate nel mercato discografico degli anni '80 (cioè dei suoi esordi) - che hanno reso fondamentale il ruolo della "traghettatrice" che è stata, perché Whitney Houston ora e per sempre rimarrà il vero ANELLO DI CONGIUNZIONE tra la grande epoca di Diana Ross & The Supremes, Aretha Franklin e Dionne Warwick (sua cugina) e quella moderna di Mary J. Blige, Alicia Keys, Beyoncè (con e senza le Destiny's Child) e via dicendo.

Non voglio dire molto altro di più.
Se non un'ultima cosa, una di quelle che non dici mai (e di cui poi ti penti, quando ti rendi conto di aver esageratamente mostrato il fianco, e qualcuno potrà sparare a zero sulla tua sdolcinatezza): ogni mattina di ogni Natale, da tanti anni a questa parte, appena ci alziamo metto su "One Wish - The holiday album" della Houston. Non scherzo, chiedete pure conferma a Loredana Lolli!!! ;)
Ho tanti altri CD natalizi (molto diffusi nella cultura degli Usa) che mi arrivarono nei primi anni della scorsa decade, ma quello di Whitney è l'unico che ascolto.
Anno dopo anno, Natale dopo Natale.
E continuerò a farlo, ora più che mai.

 

giovedì 9 febbraio 2012

KNN+BDR • 5th preview


Kane è a capo della VTS - Vandalz Trucido Style: lui e Boombox stanno per incontrarsi con il resto della loro crew, per andare a stanare gli eterni rivali - la One Love - già armati di bombolette, in piena azione nella notte…

mercoledì 1 febbraio 2012

Sherlock.


Alla fine ho ceduto.
Mi sono visto in tre sere filate i tre episodi della prima serie di "Sherlock", che da diverso tempo continuavano a stazionare tristemente sul mio desktop. Che poi, almeno per una volta, lo voglio dire: che i primi a parlarmi di questa serie - stavolta - non sono stati i soliti fumettari o comunque i nerd dell'ambiente, ma Davide e Simona. Si, proprio il Secco e la Pili.
CHI?
E chi è Simona Pili?!? ;)

Comincio subito col dire che non sono affatto male. Anzi, tutt'altro. Sono realizzati ottimamente, come tra l'altro spesso accade nelle produzioni britanniche, forse meno "caciarone" di quelle americane (e COATTE come in fondo ci piacciono tanto) ma sicuramente più raffinate. Ci torno tra poco.

La prima cosa a cui ho pensato nell'accingermi alla visione, è la straordinaria capacità degli inglesi di attingere all'infinito - riciclandolosi in modo sempre originale e funzionale - al loro stesso patrimonio narrativo, senza alcun timore dell'autocompiacimento o della ridondanza. Vale per lo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle (che guarda caso, proprio recentemente sta vivendo una seconda giovinezza anche al cinema grazie ai film di Guy Ritchie) così come per il James Bond di Ian Fleming, altro personaggio "sempreverde" che sembra rinnovarsi generazione dopo generazione (e la sua ultima versione interpretata da Daniel Craig spacca davvero). Allo stesso modo, televisivamente parlando, mi viene subito in mente Doctor Who.

Noi chi abbiamo: Montalbano?!? ;)

Credo si possa dire che Sherlock Holmes lo abbiamo letto tutti, almeno una volta nella vita. Pur senza essere inglesi, lo abbiamo visto più volte sia al cinema che in televisione. Ricordo che persino Steven Spielberg rimase invaghito dal suo potenziale quando produsse "Young Sherlock Holmes" (in Italia "Piramide di paura") a metà degli anni '80, tentando un cambio di target nel pubblico, per [ri]proporlo ai più giovani.

Ora, in un'epoca di grandi serie televisive, quelle che più del cinema stesso stanno proponendo le cose più innovative, tocca nuovamente al piccolo schermo.
Prodotta dalla BBC, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss (entrambi hanno lavorato al Doctor Who, guarda un po') ed egregiamente interpretata da Benedict CumberbatchMartin Freeman, che per quanto mi riguarda come attore supera lo stesso Cumberbatch… nonostante il personaggio di Holmes - giocoforza - risulti più accattivante.
In effetti, è talmente antipatico da risultare irresistibile!


Sia chiaro: secondo me Robert Downey Jr. lo manda a casa a mani basse. Non ho ancora visto la seconda pellicola attualmente nelle sale, ma il primo film di Ritchie mi aveva garbato assai, e lo Sherlock di Downey Jr. (che è un fuoriclasse dovunque lo mettiate) ha su di me un fascino macho che Cumberbach se lo sogna da lontano, effeminato com'è.
Non potrei dire lo stesso nel confronto tra i due Dr. Watson di Jude Law e Freeman, per esempio ;)

I punti di forza della serie sono comunque molti, a partire dalla scelta di ambientarla ai giorni nostri, nella Londra moderna. Una Londra bellissima, alla quale non sono abituato. Ritratta spesso con un cielo azzurro e terso. Ritratta tanto nelle sue architetture moderne quanto nei suoi vicoli vittoriani, nei suoi locali, nei suoi freddi colori naturali. Spesso anche con la tecnica del tilt-shift, che rende gli stacchi panoramici sia irreali che suggestivi.
Sulle trame c'è poco da dire: avvincenti perché ispirate ai romanzi originali. Dei tre episodi della prima serie, solo il secondo mi è sembrato avere qualche debolezza. Gli altri due sono pressoché perfetti. Regie impeccabili (anche in semplici trovate come i testi degli sms che lo spettatore legge direttamente sullo schermo, senza bisogno del solito primo piano del cellulare). Dialoghi e interpretazioni brillanti.

Quindi ci vorrà poco a dirmi: "Beh... soprattutto merito di Cumberbatch, no?"
E io risponderò di si, che in fondo è vero. Che mai attore fu più azzeccato per una parte. Però resto dell'idea che è la scrittura a dare forza al suo personaggio, ma che Freeman nella recitazione è comunque più bravo!

Insomma, a breve mi guarderò pure la seconda stagione, ma la metto in coda ad ALTRE serie, sulle quali peraltro mi soffermerò in altra sede.

E comunque Martin Freeman lo rivedremo presto come protagonista di "Lo Hobbit" proprio nella parte di Bilbo Baggins. La nota curiosa è che anche Cumberbach apparirà, per modo di dire, in questo imminente prequel alla trilogia de "Il Signore degli Anelli", ma SOLO nella versione in lingua originale, perché sarà la voce del drago Smaug e di Sauron. Che quindi si perderà nei doppiaggi delle varie nazioni.
Come dire che evidentemente anche Peter Jackson considera Freeman un attore superiore a quel bamboccio di Cumberbach, eh eh eh... ;)

mercoledì 18 gennaio 2012

A.C.A.B. - [facciamo un passo indietro].

E potrei risultare un po' saccente, lo so. Ma c'è davvero troppa IGNORANZA intorno a noi: troppa!!! Allora con il pretesto del film di Stefano Sollima in uscita, traccio quantomeno un percorso... d'accordo?



Perché lo scorso 15 ottobre, quando la manifestazione pacifista degli Indignados qui a Roma si è - ahimè - trasformata in uno scenario di guerriglia urbana (a piazza San Giovanni), quotidiani e telegiornali di mezzo mondo hanno pubblicato/trasmesso SOLO le immagini degli scontri, utilizzando come apice simbolico di questa violenza il blindato dei Carabinieri che è stato assalito, deturpato e incendiato. Su quel blindato - oltre a CARLO VIVE! - campeggiava la scritta ACAB.
Usciamo quindi dalla nostra irreale bolla di consapevolezza e conoscenza.
Nei giorni seguenti, non avete idea di quante persone NON SAPESSERO cosa volesse dire, o piuttosto lo scoprissero solo in quel momento grazie a presunti giornalisti che - potete scommetterci! - erano appena andati a cercarselo su Google.
Gran bel mestiere, vero?
- "ACAB? E che vor dì?"
Nel migliore dei casi, da qualcuno leggermente più colto:
- "ACAB? Che c'entra il Moby Dick di Melville con quei pazzi furiosi?"
Si, certo... il Capitano Achab ;)

Facciamo allora un breve passo in avanti.



Perché il prossimo 27 gennaio esce nelle sale italiane un film che probabilmente farà molto discutere: "A.C.A.B.", acronimo che sta per All Cops Are Bastards, letteralmente: tutti gli sbirri sono bastardi.
Un po' come il nostro modo di dire guardie infami, no?
Sulla carta, ha tutti i numeri per essere un successo: prodotto da Cattleya e Rai Cinema, diretto da Stefano Sollima (lo stesso regista di "Romanzo Criminale - La serie", tanto per dire) e interpretato da una serie di attori uno più bravo dell'altro: Marco Giallini (che personalmente trovo un fuoriclasse), Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Andrea Sartoretti, che sicuramente tutti ricordano nel ruolo del Bufalo.
Isipirato all'omonimo libro di Carlo Bonini, nel raccontare le vicende di questi "celerini bastardi", gli sceneggiatori - che annoverano anche Leonardo Valenti - si sono presi molte libertà: se nel libro, che di fatto ha un registro quasi giornalistico, esistono due "protagonisti" (?) principali come Drago e lo Sciatto, nel film il secondo dei due è stato eliminato (a favore di Adriano, inventato per l'occasione, interpretato dal promettente Domenico Diele) mentre il primo è stato scomposto/diviso in tre ruoli (Cobra/Favino, Mazinga/Giallini e Negro/Nigro, tre "reduci" del G8 di Genova) come fossere tre aspetti diversi della psiche di un celerino. Staremo a vedere. Non è questo il momento di analizzare la pellicola, perché casomai vorrei recensirla adeguatamente dopo l'anteprima per la stampa a cui cercherò di partecipare.
Intanto godetevi il trailer ufficiale del film:



Ora però facciamo un passo indietro.



Nel 2009 il giornalista Carlo Bonini (inviato abituale del quotidiano La Repubblica) pubblica per Giulio Einaudi Editore il libro A.C.A.B. (nella collana Stile Libero, di cui volendo potete leggerne il prologo QUI). Raccontando/descrivendo i metodi di questo reparto della Celere, basandosi su storie reali, Bonini non fa che adottare uno slogan già molto radicato in determinati ambienti: la cultura skinhead, gli hooligans e/o in generale gli ultras* delle curve europee, i movimenti politici anarco-insurrezionalisti. Uno slogan, quindi, addirittura trasversale, che nel suo messaggio tanto chiaro e diretto unisce estrema destra ed estrema sinistra!

* Nota: soprattutto nel resto d'Europa, gli ultras per evitare di avere una t-shirt con scritto esplicitamente A.C.A.B. (che comunque spesso indossano anche così) usano sostituirla con la sigla numerica 1312 sul petto!

Ad ogni modo, il libro ebbe un buon successo di vendite; potremmo quasi definirlo un best seller.
Certamente una lettura imprescindibile per gli ambienti di cui sopra, un must. E sicuramente letto da chi ABITUALMENTE legge libri, da chi (per attitudine) è ATTENTO a certi fenomeni sociali, culturali o anche solo editoriali.
Eppure, anche avesse venduto ventimila copie (che in Italia significherebbe già essere un best seller), tenete conto che gli italiani sono sessanta milioni: ciò vuol dire che per la stragrande maggioranza del Paese questo libro è passato totalmente inosservato... e A.C.A.B. - per l'appunto - non l'ha mai nemmeno sentito nominare! L'ignoranza avanza.
Ma potete scommettere che il film farà da traino ad immediate ristampe con gli attori in copertina, ad una nuova ondata di vendite, che improvvisamente - come fu per "Gomorra" - apparirà in maniera molto cool nei salotti e negli scaffali delle librerie di (quasi) tutti, nevvero? ;)

Facciamo allora un altro passo indietro.



Perché lo slogan All Cops Are Bastards deve la sua popolarità (che abbiamo visto assai relativa) ad un pezzo del gruppo punk Oi! inglese The 4-Skins, pubblicato nel 1982 all'interno del loro primo album "The Good, The Bad & The 4-Skins" (Secret Records). Che poi a me personalmente questo brano faccia piuttosto cagare è un altro discorso, ma - di fatto - resta una pietra miliare del movimento.
Se volete comunque saperne di più, leggetevi QUESTO OTTIMO PEZZO firmato da Jacopo Prada.
Eppure sarebbe sbagliato attribuire anche a loro la paternità di questo acronimo.
A.C.A.B. risale ancora a prima!

Facciamo ancora un ennesimo passo indietro.



Le strofe di quel pezzo sembrano infatti risalire ad una vecchia canzone popolare inglese del dopoguerra. Arrivano dunque dalla cultura operaia (alcune fonti fanno risalire lo slogan al 1940, agli scioperi dei minatori del Regno Unito) e non solo. Perché A.C.A.B. era giù in uso come tatuaggio tra i carcerati, e si dice che - quando uscivano di galera - se incontravano uno sbirro che glielo vedeva (spesso tatuato sulle mani, con una lettera per ogni nocca) per evitare qualsiasi problema gli rispondevano che significava "Always Carry A Bible", ovvero "Porto sempre una Bibbia"... sarà vero? ;)

Aggiungo comunque una vera nota da intenditori: proprio a questo retaggio popolare fa riferimento il nostro caro John Constantine nel numero 16 della serie originale di "Hellblazer" (all'epoca nemmeno Vertigo) nella terza parte della saga "The fear machine", cioè "Rough Justice". Solo per dire: questo albo venne pubblicato nel febbraio del 1989!!!
Nella prima didascalia di pagina 9, John (tramite lo scrittore Jamie Delano) recita: "Sembra il massacro di Wounded Knee, vero? Ora ho capito perchè facevo sempre il tifo per gli indiani. Una canzone popolare londinese del dopoguerra fa come ritornello Tutti gli sbirri sono bastardi... mi accorgo che la sto canticchiando, mentre attraverso dolorante il campo devastato".

A QUESTO PUNTO, VOI AVETE ALTRO DA AGGIUNGERE?

Io no, credo di aver detto proprio tutto.
Ma chiudo con una carrellata di bellissime fotografie (scattate da Emanuele Scarpa) gentilmente concesse dall'ufficio stampa del film...










domenica 15 gennaio 2012

Della serie: non si finisce mai di imparare...



Perché c'è davvero sempre qualcosa da imparare dai post o dai semplici scambi di battute, se a farli è gente come Dee' Mo, David Nerattini o Dj Stile. Come questo LP del nostro Tullio De Piscopo nazionale - "Suonando la batteria moderna" (Vedette Records VPA 8179) del 1974, cioè di quasi quarant'anni fa!!! - un disco/guida la cui tracklist è composta esclusivamente da esercizi di stile in chiave rock, afro, samba, swing e jazz.

Insomma: dalla traccia "Medium Rock" di quel vecchio vinile un certo Dj Shadow ci ha interamente costruito "Guns Blazing - Drum of death part 1" (contenuta all'interno dell'album "Psyence Fiction" a nome del collettivo U.N.K.L.E.) che volendo potete ascoltare QUI

Anche se sono quasi certo che certe batterie le abbia usate anche nel suo capolavoro "Introducing/endtroducing", ma devo (ri)ascoltarmelo meglio e scavare più a fondo.

mercoledì 11 gennaio 2012

Stalag III



Nel frattempo lo Stalag è ancora lì.
Immobile nello spazio e nel tempo. Cemento armato tronfio della sua stessa immobilità, come fosse sinonimo di stabilità. Mentre crepe insidiose - al pari di qualunque altra simile realtà - stanno minando silenziosamente le sue fondamenta.

Immobile, lo Stalag, come le anime che si trascinano nei suoi lunghi corridoi, nelle sue stanze buie. Individualità oramai svuotate, annichilite, piegate alla resa. Rassegnate agli umori dei loro carcerieri, come se quella stessa rassegnazione - che per giustificarsi considerano ineluttabile - non fosse semplicemente altro che una loro scelta.

Immobile, lo Stalag, come il cuore nero di chi dirige il suo forno, di chi alimenta giorno dopo giorno il fumo denso delle sue ciminiere. Un orgoglio giudeo - tanto presuntuoso quanto arido - che sembra così facilmente aver dimenticato la propria Storia, che nella sua stessa avidità non ricorda più nemmeno la Shoah, quando un carceriere era il Nemico. Di cui però ora emula i metodi.

Ma i combattenti più puri - quelli che ambiscono ben altri campi di battaglia, quelli che credono ancora che la libertà valga molto più di trenta monete - se ne sono andati uno ad uno. Sono fuggiti via da quel luogo, hanno abbandonato le sue mure grigie.
Ne rimane soltanto uno da salvare.
Come Fratelli nella notte, un'alba gloriosa attenderà anche lui.

Tutti gli altri, invece, meritano di marcire lì dentro.

lunedì 9 gennaio 2012

Lanterne Verdi.



"Nel giorno più splendente,
nella notte più profonda,
nessun malvagio sfugga alla mia ronda.
Colui che nel male si perde,
si guardi dal mio potere,
la luce di Lanterna Verde!"


M'è sempre piaciuto Lanterna Verde, sin da piccolo.
Anche se non leggo abitualmente i suoi fumetti.
Eppure, per qualche strana ragione, nel giro di un paio di giorni mi sono sparato due pellicole dedicate alle Green Lanterns della DC Comics.

Visto che non ero andato al cinema a vederlo, ho recuperato il recentissimo film diretto da Martin Campbell propriamente dedicato ad Hal Jordan, con tanto di origini, Abin Sur, Guardiani di Oa, Sinestro (con le prime avvisaglie della sua conversione al male) e spiegoni vari che abbiamo letto e riletto in tutte le salse possibili!
Il protagonista, cioè l'attore Ryan Reynolds, nemmeno lo conoscevo. Invece la bella Blake Lively (che interpreta Carol Ferris) si, anche perché pochi giorni prima m'ero visto "The Town" di/con Ben Affleck, dove il caso vuole ci fosse proprio lei. Ma credo che negli States sia famosa soprattutto come protagonista del serial "Gossip Girl", che personalmente non ho mai seguito.
Ad ogni modo è un film divertente, un intrattenimento che si propone come tale (senza altra ambizione) sin dalla semplicità della sua trama. Se non fosse per alcune scene più oscure (come quella di apertura, dove Parallax per liberarsi dalla sua prigionia "succhia" via l'essenza del coraggio da alcuni esploratori alieni) o per la mostruosità di alcune Lanterne di altri mondi, sarebbe ottimo per i bambini. E se uso il condizionale è proprio perché alcuni amici con figli dai sei ai dieci anni, m'hanno detto che si sono spaventati sin dalle prime sequenze e non hanno più voluto vederlo!
Che altro dire?
Molto "fumettoso" (dove la nostra Lanterna Verde magari non userà enormi guantoni da boxe come nei comics degli anni '70, ma fa atterrare un elicottero in panne accomodandolo DENTRO ad una enorme macchina/giocattolo con la pista tipo quelle della Hot Wheels). Sicuramente molto colorato. E molto verde ;)

A seguire "Lanterna Verde - I cavalieri di smeraldo", che fa parte dei DC Universe Animated Original Movies, cioè lungometraggi animati realizzati appositamente per il mercato home video (che insomma escono direttamente in Blu-Ray e dvd). Credo che questo sia solo il secondo con il doppiaggio italiano, dopo "Batman - Il Cavaliere di Gotham", eppure varrebbe la pena poterli vedere tutti, perché sono davvero ben fatti. Beh, ovvio che possiamo comunque vederceli in lingua originale ;)
In questo caso, una minaccia di anti-materia che rischia di distruggere Oa richiama all'appello TUTTO il Corpo delle Lanterne Verdi, che dovranno sventare l'incombente minaccia. Il plot principale diventa però un pretesto narrativo durante il quale Hal Jordan - affiancando la giovane recluta Arisia - gli racconta una serie di storie relative all'eroismo di grandi Lanterne del passato. Si tratta quindi di un film ad episodi (comunque ispirati a diverse storie apparse nei fumetti), che - uno ad uno - non fanno che alimentare la leggenda stessa del Corpo, la sua forza di volontà, il coraggio delle sue imprese e la sua grandezza!
In alcuni passaggi, ho trovato un po' forzato l'uso della grafica digitale (per le astronavi, o per alcune "carrellate" panoramiche) ma in linea di massima un bel cartone animato, soprattutto per chi - come me - ama senza alcun motivo la Lanterna Verde come simbolo, per il suo impatto iconografico. Di fatto, una t-shirt con il logo dell'Anello è l'unica che indosserei tra tutte quelle che esistono dedicate ai supereroi, e non so nemmeno perché.

Se volete vedervi entrambi i film in ottima risoluzione audio e video:


"Lanterna Verde" diviso in parte 1 e parte 2


"Lanterna Verde - I cavalieri di smeraldo" in un unico file

venerdì 6 gennaio 2012

La befana vien di notte...



Da tre anni a questa parte, a casa mia il 6 gennaio non è più la Befana (o l'Epifania cristiana)... ma il compleanno di Giulia!!!
Quindi TANTI AUGURI AMORE MIO :)

martedì 3 gennaio 2012

Buoni propositi...



... per un anno pregno di buoni film, tanta pheega, musica che spacchi e bei fumetti!!! ;)