domenica 28 marzo 2010

Stronger with each tear.


Mary J Blige: "Stronger with each tear"
(Geffen/Universal).


Arrivate ai quaranta o giù di lì, per certe artiste - anche con una carriera da fuoriclasse alle loro spalle - sembra sopraggiungere quello che io definisco il "rincoglionimento danzereccio", come fosse una sorta di liberazione da chissà quale frustrante etichetta portata sulle spalle (e poi dicono che la senilità sia prerogativa maschile); un po' come Toni Braxton, o meglio ancora come Madonna da qualche album a questa parte. Che poi certa critica musicale ce la voglia far passare come roba elettronicamente colta, come dance intellighente, per me son tutte cialtronate da aperitivo, e resta solo unz unz troppo furba.

Ad ogni modo, Mary J - che già da tanti anni si fregia del titolo di Queen of hip hop/soul - dovrebbe stare attenta a fare certi passi. Che a rubarle quel trono ci vuole poco, se tra i ranghi delle sue colleghe più giovani escono dischi come l'ultimo di Alicia Keys (e senza nemmeno bisogno di andare a scomodare artiste del calibro di Erykah Badu o Jill Scott, che finora album esplicitamente COMMERCIALI come quello della nostra cara "Regina" non ne hanno mai fatti!).

Le avvisaglie di una possibile delusione le avevo percepite - ahimè - proprio qui in Italia.
Come assistere all'esibizione totalmente fuori contesto di colei che abbiamo sempre considerato un irraggiungibile mito afroamericano, una diva/divina che si sgretola sul palco dell'Ariston allo scorso Festival di Sanremo (e qualcuno mi dice anche al programma domenicale della Ventura, sigh!). Cornici talmente nazional-popolari che proprio nulla hanno di "divino". E' promozione, posso capirlo. Anche lei avrà i suoi problemi, la sua vita, le sue responsabilità, le sue persone da mantenere, le sue "bollette da pagare" (non solo metaforicamente); la verità è che probabilmente, quando IDEALIZZIAMO certi personaggi, non vorremmo mai vederli così esposti ai media di massa, così ordinariamente umani.

Tutto questo per dire che, nell'ascoltare "Stronger with each tear" (nono album in studio della performer newyorchese) tocca arrivare all'undicesima traccia prima di sentire qualcosa di dignitoso. Alla UNDICESIMA, capite? Non c'è la benché minima presenza di soul nei primi dieci pezzi, e - nonostante i featurings di will.i.am e T.I. o le produzioni di Darkchild e Ne-Yo - non ci sono nemmeno quelle matrici stilistiche proprie dell'R&B, se saltiamo per un momento il capitolo "Each tear" e chiudiamo un occhio sulla insipida "I am" (che - se non ci fosse bastata l'abbuffata di dance/house - alla fine viene riproposta come bonus track in chiave ultradiscotecara!).

Per ritrovare la Mary J che amiamo, tocca arrivare a "Stronger", che peraltro - a volerla dire tutta - è stata scritta ben prima dell'album per la colonna sonora di "More than a game" (un film/documentario sulla vita del campione dell'NBA LeBron James, diretto da Kristopher Belman). Seguita subito dopo dalla bella "In the morning" e soprattutto da "Color"***, unico grande picco del disco, vero soul di prima classe (che non a caso porta la firma di Raphael Saadiq) dove finalmente il termine Regina riassume il suo senso, dove la voce della signora Blige - calda e roca come non mai - sposa alla perfezione un raffinatissimo tappeto sonoro permeato di chitarra blues e delle note di un Hammond lontano.
Ma accidenti, può bastare una tripletta del genere a salvare un intero album?

*** Anche "Color" fa parte di una colonna sonora, cioè quella di "Precious" di Lee Daniels, recentemente vincitore di due premi Oscar (a breve anche in Italia distribuito dalla Fandango) nel cui cast compaiono anche Lenny Kravitz e Mariah Carey.

Bene. Riapriamo ora il capitolo "Each tear".
Fondamentalmente, si distingue per questa bella pensata del duetto con Tiziano Ferro. Si, esatto: proprio il "nostro" italico Tiziano Ferro (che non riesco a non immaginare entusiasta di cantare con uno dei suoi miti dichiarati, e buon per lui). Non che io creda che dietro a questa discutibile operazione ci sia il benché minimo interesse al mercato italiano e/o ai suoi fans, sia chiaro. Perché i numeri del mercato italiano, agli occhi di una major statunitense, fanno ridere. Questa operazione di cross-target è stata realizzata sulle edizioni internazionali dell'album nei diversi paesi in cui viene pubblicato/distribuito. Nel Regno Unito, ad esempio, il duetto è con Jay Sean. In Australia, con tale Vanessa Amorosi. L'edizione italiana sforna Ferro, ma resto dell'idea che un duetto del genere è stato ideato maggiormente per l'enorme bacino latino-americano, dove Tiziano è una vera e propria star, capace di superare tranquillamente il milione di copie. E allora, dato che non salviamo nulla, aldilà del suo pessimo cantato in inglese (ai livelli delle musicassette con le lezioni di inglese the pen si on the table) a questo punto quelle quattro orribli rime baciate che chiudono il pezzo forse era meglio se le "rappava" in spagnolo, visto che in italiano non si possono davvero sentire (all'interno di un disco della Blige, poi). Infinita tristezza.

E veniamo infine a "Stairway to Heaven", che chiude il disco
Ma - volendo - allo stesso modo anche a "Whole lotta love", che lo apre.
Ed è qui che mi chiedo: PERCHE' la nostra cara Mary Jane (o qualche discografico della Universal per lei) ha deciso di aprire e chiudere l'edizione internazionale del suo nuovo album con due brani dei Led Zeppelin? Che senso ha? E anche avesse un senso, perché allora non è stato fatto per l'edizione americana***?
Risposte alle quali non avremo mai un risposta, temo.
Stendiamo un velo pietoso sulla versione dance di "Whole lotta love", che è meglio.
Parliamo solo di "Stairway to Heaven", allora. Uno standard, d'accordo. Probabilmente la più bella canzone del XX° secolo.
E Mary J la canta davvero bene, su questo non discuto, ci mancherebbe. Ma risulta un puro esercizio di stile fine a se stesso. Anche perché (A) la scelta di per se stessa è di una banalità assoluta e (B) se ho davvero voglia di riascoltarla, allora vado a risentirmi quella originale dei Led Zeppelin, no?
Insomma: otto minuti e mezzo assolutamente INUTILI all'economia del disco.

*** L'edizione americana include ben tre tracce non presenti in quella internazionale, cioè "Said and done", "We got hood love" e "Kitchen", oltre alla versione originale di "Each tear" (che sarebbe anche un bel pezzo, diciamolo) senza inutili featurings locali. Se aggiungiamo che la genialata delle due cover dei Led Zeppelin è esclusivamente per l'edizione internazionale, allora - se qualcuno di voi avesse comunque intenzione di acquistare il nuovo album di Mary J (e ancora non l'ha fatto) - forse farebbe meglio ad ordinare l'edizione USA tramite il web o i negozi che trattano l'import.

In conclusione: il peggior album che Mary J Blige abbia mai pubblicato in diciotto anni di onoratissima carriera (considerando che, avendo la sua discografia completa, li ho sempre ritenuti tutti validissimi).
Il caso vuole che "Stronger with each tear" sia entrato dentro le mura di casa mia lo stesso giorno di "Plastic Beach" dei Gorillaz. E quella è tutta un'altra storia, ragazzi.
Tocca che mi metta a scrivere un pezzo su quel disco.
Così, magari, mi riprendo un po' dalla delusione.

lunedì 22 marzo 2010

S.O.A. • Season Two.


Generalmente, la prova dell'effettiva qualità di una buona serie televisiva - o meglio, del lavoro dei suoi autori - è data dalla sua seconda stagione. Così dicono, a sentir quelli più "esperti" (?) di me in materia. Se dunque prendiamo alla lettera questa regola, peraltro piuttosto logica, allora "Sons of Anarchy" è una serie f.o.t.t.u.t.a.m.e.n.t.e buona, perché la seconda stagione (che giocoforza mi sono visto in lingua originale) è addirittura MIGLIORE della prima, che già era ben al di sopra della media.
Nella lunga sequenza che chiude il decimo episodio, da brivido, mi sono anche commosso.
E le due trame (drammatiche) che vengono lasciate aperte nel finale dell'ultimo episodio, promettono grandi cose per la terza.
Per quanto mi riguarda, in questo momento Kurt Sutter manda a casa tutte le altre serie tv.
E intendo proprio TUTTE.

Long life SAMCRO.

"L'intelletto fa rinchiudere un uomo in se stesso, in una solitudine da cui egli guarda alla società con occhi estraniati. E se quel che vede lo turba, se fa nascere interesse e compassione, i suoi sentimenti saranno rivolti ai più deboli del grande gregge umano, quelli che vengono tosati e affamati dal pastore, quelli che vengono venduti e non nutriti. Un'educazione imperfetta accresce le fila dei rivoluzionari, ma - di tanto in tanto - un leader scende tra loro, dai circoli più elevati: un Mirabeau, un Rochefort, un principe Kropotkin. Il desiderio dei Figli dell'Anarchia è, in verità, di fare a meno dei leader, perché tutti gli uomini sono uguali, ed è assurdo che il leader sia un uomo piuttosto che un altro".

sabato 13 marzo 2010

Their shadows searching in the night...



Si fa un gran parlare, ultimamente, del serial musicale "Glee" della Fox, ideato e scritto da quel geniaccio/cagnaccio di Ryan Murphy (lo stesso di "Nip/Tuck", per capirci); la sua messa in onda statunitense e le inevitabili compilation della Columbia dedicate al telefilm (già al secondo volume) hanno riportato in classifica molti pezzi del passato, dai Queen a Madonna, dagli Wham! a Billy Joel.
Ma tra tutti, il vero brano di punta del serial è "Don't stop believing" ricantata dall'intero cast, che giocoforza - grazie alla messa in onda in Italia, su Sky - ora stanno trasmettendo parecchio anche i network radiofonici italiani, sempre così attenti nel reiterare la propria ovvietà.
Tra l'altro, questa cover del pezzo originale dei Journey ha fatto da colonna sonora anche al suggestivo flash mob che Fox Italia ha organizzato lo scorso 21 dicembre alla galleria Alberto Sordi di Roma, proprio in occasione del lancio italiano della serie.

Da grande amante/ascoltatore della musica degli anni '80, avevo già avuto modo di dirlo proprio qui sul blog: a me questo pezzo dei Journey piace un casino, e quindi tutto sommato mi fa pure piacere riascoltarlo spesso per radio. Ma rimane il fatto che per me, oramai, rimarrà per sempre la musica della scena finale dell'ultimo episodio dell'ultima stagione dei "Soprano".
Indissolubilmente legato a quella sequenza.
Indimenticabile.

lunedì 8 marzo 2010

Scusate se insisto...

... ma il mio "Roots 66" [€ 9,50] e "Katacrash" di Fabrizio Gabrielli [€ 13,00] sono in libreria!!! • E tu - si, proprio tu sventurato viandante che ancora non li hai acquistati - sappi che sono entrambi best seller alla loro terza ristampa!!!


Sopra, le copertine.
Sotto, io e Fabrizio ci accingiamo a favellare (sabato sera alla presentazione presso il "Fusolab") e - invero - a ricevere grandi applausi dalla folla accorsa per l'occasione...


E non eravamo mica solo noi, lì a ricever consensi.
Alla nostra destra, il prode Alessandro "Pruno" Prunelli a selezionare beats e grooves; alla nostra sinistra, Massimiliano Ercolani al contrabbasso (un gran bel contrabbasso!) per uno stilosissimo mix tra campionatore e strumento acustico…


Infine, Fabrizio on te mic (che un mc lo si riconosce sempre, da come ci si approccia), da vero intrattenitore e storyteller navigato, per due ottimi readings di brani tratti dal suo romanzo. Ancora applausi. Encore, encore!!!

giovedì 4 marzo 2010

Katacrash + Roots 66


Sto letteralmente FONDENDO l'ultimo "The Ecstatic" di Mos Def (che ce l'ho da poco, anche se è uscito nel 2009) nel lettore CD della mia povera Ford, ogni giorno da una settimana a 'sta parte, lungo le infinite code del G.R.A., e poi nelle successive otto ore e rotte mi passano ventisette volte al giorno "How low (can you go?)" di Ludacris su Flow 103 di iTunes… ma che c'entra? Beh, scherziamo? C'entra, eccome se c'entra.

Sabato sera al Fusolab di Roma doppia presentazione del romanzo "Katacrash" di Fabrizio Gabrielli (Prospettiva Editrice, collana Brain Gnu) e della graphic novel "Roots 66" del sottoscritto (Tunuè, collana Prospero's Books) all'interno della serata HIP HOP SULLA CARTA: chiacchiere, approfondimenti, confronti, readings, buona musica e ottime vibrazioni, per un happening assolutamente FREE ENTRY!!!
Ergo, non mancate... che - se mi prende bene - a qualcuno potrei anche offrire da bere!!! ;)

HIP HOP SU CARTA
sabato 6 marzo 2010 dalle 21:30

c/o "Fusolab"
Via G. Pitacco n°29 (zona Largo Telese, sulla Prenestina)
Roma

La serata sarà trasmessa live on air su Fusoradio.net e Radiosonar.net

domenica 28 febbraio 2010

Ne valeva la pena.



A metà film non ne potevo più degli occhialini verdi e rossi. Ho tolto dal lettore il disco con la versione in 3D e mi sono visto il resto con il dvd "normale". Se ne gode assai meglio ;)

lunedì 22 febbraio 2010

La mia su Sanremo 2010.


Dunque, chiariamo subito un paio di cose: 1) Non mi sono mai cagato "X-factor" (e di cosa penso dei talent-show di questo tipo ne ho già parlato abbondantemente qui), quindi che abbiano eliminato Noemi o altri/e cantanti sui generis non può fregarmene di meno. Figuratevi che sabato sera, cioè la serata finale del Festival di Sanremo 2010, ho dovuto scrivere Marco Mengoni su Google per sapere chi cazzo fosse 'sto tipo arrivato tra i primi tre! • 2) Delle "polemiche" che scaturiscono ogni anno al Festival nemmeno ci spendo due parole, visto che - aldilà del penoso spettacolo circense che anno dopo anno si abbassa di livello - la maggior parte di esse sono progettate a tavolino da smaliziati uffici stampa e scaltri autori Rai. Quindi 'sti cazzi anche del trio Pupo > Emanuele Filiberto > tenore che-non-ricordo-nemmeno-come-si-chiama, che altrimenti ci sarebbe solo da vergognarsi.

Volevo invece parlare (o non parlare?) del vincitore, cioè Valerio Scanu.
Visto che è il secondo anno di seguito che Sanremo viene vinto da un cantante (ehm?) di "Amici".
E sulla dinamica della sua vittoria potrei copiare & incollare il mio pezzo dell'anno scorso dedicato a Marco Carta.
Cioè, capite? E' accaduta la stessa identica cosa!!!
Allora mi chiedo: è mai possibile che i funzionari Rai non capiscano che in questo modo - con il televoto - continueranno a farsi fottere da programmi come "Amici"?
E' mai possibile che nessuno di loro arrivi a capire che è come giocare fuori casa, sul loro campo?

Io, boh… non ho da aggiungere altro :(

Anzi, invece si.
Mi è dispiaciuto vedere un'artista che ADORO come Mary J. Blige totalmente sminuita dal contesto in cui si è esibita.
La maggior parte degli italiani non sa nemmeno chi sia. Il pezzo che ha interpretato non è stata certo la migliore delle scelte. La presentazione iniziale e la breve intervista finale condotta da Antonella Clerici non hanno fatto altro che rendere ancora più squalificante la sua presenza al Festival, perché - a livello percettivo - quello che ne è risultato non è certo l'immagine della grande DIVA che è, del suo ruolo di REGINA… l'unica, vera, credibile erede di Aretha Franklin nel firmamento della musica nera contemporanea.
A proposito: sta per uscire il suo nuovo album. So, stay tuned…

venerdì 19 febbraio 2010

Heligoland.



Qualche giorno fa ho acquistato (si, proprio acquistato: mi capita, sapete?) il nuovo album dei Massive Attack, che arriva dopo SETTE anni (!) dal precedente "100th Window" (se non consideriamo la colonna sonora di "Danny The Dog" del 2004 e il greatest hits "Collected" - con alcuni inediti - pubblicato nel 2006); in pratica, questo "Heligoland" (Virgin/Emi) è SOLO il loro quinto album in studio, e sembra così strano considerando la loro ventennale carriera, nonchè il peso e l'influenza che il collettivo di Bristol ha avuto su tutto il suono prodotto dagli anni '90 in poi, a livello mondiale.

I Massive Attack tornano dunque in grande, grandissima, forma. Robert "3D" Del Naja e Grant "Daddy G" Marshall di nuovo INSIEME, finalmente, da vecchi amici (su "Mezzanine" avevano lavorato separatamente, in tempi e studi differenti, senza incontrarsi quasi mai, mentre "100th Window" è stato addirittura realizzato per intero dal solo Del Naja) e - con loro - alcuni dei collaboratori di sempre e tanti importanti ospiti alla loro prima volta su questi solchi.
Tornano NON per stupire nuovamente, ma casomai per confermare la propria grandezza, permettendosi un album senza troppe sperimentazioni, con un grande ritorno alla melodia, meno cupo e "disturbato" delle ultime produzioni. Eclettico, raffinatissimo, con momenti di rara bellezza.
La sensazione è quella di un progetto che ha già dimostrato al mondo ciò che doveva dimostrare, e che adesso - mettetevi comodi e allacciate le cinture! - raccoglie i propri frutti, e (condividendo) ne gode per farne godere, ridefinendo alla perfezione ogni dettaglio compositivo, produttivo e sonoro.

Non che non manchi la loro abituale inquietudine, sia chiaro: "Pray for rain", che apre l'album con l'interpretazione di Tunde Adebimpe (dai TV On The Radio) ha un momento, intorno al suo quarto minuto, in cui un'apertura sonora (archi compresi) sembra portare luce nel buio, acqua nella terra arida, ma che poi - spiazzando l'apparente leggerezza - si interrompe improvvisamente per ripiombare nella siccità. E c'è un qualcosa in questa "danza della pioggia" che - forse nelle batterie metalliche, forse nella voce dello stesso Adebimpe - può ricordare il miglior Peter Gabriel.
Dopodichè spazio alla straordinaria voce di Martina Topley-Bird (già protagonista della scena drum'n'bass e trip hop anglossassone, già voce per Tricky sul suo capolavoro "Maxinquaye", ma anche per Gorillaz, Roots Manuva e Queens of The Stone Age, oltre a tre album solisti all'attivo) nella successiva "Babel", ipnotica e sensuale.
Segue la claustrofobica "Splitting the atom", già singolo e titolo di un omonimo (ed introvabile) EP che preludeva l'uscita dell'album, e che - oltre alla presenza di Del Naja & Marshall - ci riporta l'inconfondibile timbro vocale del fedelissimo Horace Andy, puntuale alla chiamata dei suoi compagni di viaggio.
Immancabile, torna anche nel brano seguente, cioè "Girl I love you", bellissima proprio nella sua forza evocativa, che ripesca a pieno nel groove degli anni '90. A livello di riferimenti, parlano di "It's no good" dei Depeche Mode o addirittura del giro di tromba di "Atom heart mother" dei Pink Floyd, anche se io sono sempre più convinto che queste trombe distorte siano una specie di inside joke, dove i Massive Attack citano se stessi, stonando acidamente la partitura orchestrale della loro celebrissima "Unfinished sympathy". Voi che dite?

"Psyche" ruota interamente su un'ipnotico gira di chitarra, con il canto di Martina in primo piano assoluto, valorizzato al massimo.
"Flat of the balde" sforna il featuring di Guy Garvey degli Elbow. Quasi due minuti "introduttivi" algidamente elettronici. Poi sulle microbatterie subentra la melodia, assai notturna. Archi. Fiati. E la voce soul di Garvey, che porta anima e calore al tappeto sonoro che - altrimenti - sarebbe solo esercizio (e ostentazione) di stile e tecnologia.
"Paradise Circus" è indubbiamente il mio pezzo preferito dell'intero disco. Una canzone d'amore, triste ed ironica allo stesso tempo, interpretata dalla bella voce di Hope Sandoval, cantautrice statunitense pressochè sconosciuta in Italia (nonostante i suoi due album). Linea di basso solida, abbondanti clap (proprio l'elemento che conferisce ironia al pezzo), ma soprattutto uno struggente/trasognante finale orchestrale degno del più puro Massive sound originale!
Puro straniamento distillato in gocce per la "Rush Minute" di Del Naja, l'unico pezzo del disco che - nella sua disturbante liquidità - sembra riportare al suono (concettuale) del precedente "100th Window".
"Saturday come slow" ha un paio di ospiti d'eccezione: in primis Damon Albarn (che qui canta, ma che in realtà nel disco è presente anche al basso in "Flat of the balde" a alle tastiere in "Splitting the atom") e inoltre Adrian Utley dei Portishead - oh, yeah! - alla chitarra. Un brano davvero molto bello.
Chiude "Atlas air": gli ultimi ipnotici/ossessivi sette minuti e quarantanove secondi di un Del Naja "a solo" (così come la copertina del disco, disponibile nei negozi in diverse colorazioni, che è dipinta da lui) con tanto di lunga coda elettronica da stato ansioso, che i più attenti possono ricordare in una sua (psichedelica) esecuzione dal vivo nei recenti concerti italiani dei Massive Attack, quando l'uomo di Bristol che tifa Napoli - annunciando l'imminente arrivo di un album inedito - la proponeva come vera e propria anteprima del loro nuovo disco.

E qui "Heligoland" finisce.
Applausi.

domenica 14 febbraio 2010

Aspetta che t'aspetta...


L'ho aspettato a novembre, l'ho aspettato a Natale, l'ho aspettato per la Befana e per tutto gennaio, invano... ma finalmente ECCOLO!!! :)
Preso stamattina alla libreria "Origami", dove ero a presentare il mio "Roots 66" (a proposito: grazie a tutti coloro che sono passati a trovarmi e che hanno acquistato una o più copie!).
Tornando alle 858 pagine de "Il sangue è randagio" di James Ellroy (Mondadori, € 24,00), ora ce l'ho.
Ne riparliamo appena l'ho finito.

venerdì 12 febbraio 2010

"Roots 66"" a Palocco!!!


• clicca l'immagine per ingrandire

Che altro dire?
La locandine dice già tutto.
Voi, si, proprio "voi" per cui l'evento è stato pensato e realizzato, voi SAPETE CHI SIETE...
Vi aspetto tutti :)

giovedì 4 febbraio 2010

Stalingrado.

La musica, ultima trincea.



Nuovo singolo estratto dall'album "Sacco o Vanzetti" (Relief Records EU) di Kento. Il pezzo è rappato dallo stesso Kento, musicato da Matteo "Peight" Vitagliano e scratchato da Dj Fuzzten. Soggetto e regia del videoclip sono di Andrea D'Asaro. E noterete l'amichevole partecipazione dell'attore Francesco Montanari a.k.a. il Libanese del "Romanzo Criminale" televisivo. Non ultimo, c'è anche il writing si Soevv.

La recensione all'album la trovate QUI.
Il primo video "Sacco o Vanzetti" lo trovate QUI.

Ah, dimenticavo: ad un certo punto di "Stalingrado" sbuco pure io, di passaggio al C.S.O.A. Forte Prenestino una domenica mattina. Chi mi trova/riconosce vince un premio!!! ;)

lunedì 1 febbraio 2010

Three R&B shots.



Per chi ama l'R&B, questo è stato un inverno ricco di importanti uscite discografiche, soprattutto da parte di coloro che vengono unanimamente riconosciuti come i mostri sacri del genere. L'inverno peraltro non è ancora terminato, quindi dopo il grande ritorno di Whitney Houston e prima che giunga il nuovo uragano Mary J. Blige, soffermiamoci sui tre nuovi dischi di Mariah Carey, R. Kelly e Alicia Keys.

01. Mariah Carey: "Memoirs of an imperfect angel"
(Island/Def Jam/Universal).

Cominciamo dall'ex signora Mottola, che - proprio come la Houston - è stata una delle più grandi dive degli anni '90 (con più di centosattantacinque milioni di copie vendute nel mondo, avete idea di che cifra siano?) poi sprofondata in crisi, depressioni, separazioni ed esaurimenti nervosi al limite della schizofrenia, poi rinata ad una seconda giovinezza artistica che ce l'ha riportata in buona forma da "The emancipation of Mimi" (2005) in poi, nonostante oggi rischi comunque di sembrare la parodia di se stessa, soprattutto in termini di look (cioè NON di voce, che ancora c'è) in questa sua ossessiva ostentazione di una perfezione fisica assolutamente posticcia che sembra un tentativo decisamente disperato di avere ancora vent'anni.
Ma veniamo ai pezzi. Il primo singolo dell'album - "Obsessed" (che nel CD è presente con ben quattro dicasi quattro inutili remix!) - una sorta di dissing come si usa nel rap, sembrava rivolto contro un certo Eminem. Poi saltò fuori che non si parlava di lui, che era tutta una specie di montatura, una grande mossa pubblicitaria per attirare l'attenzione dei media sull'uscita del disco. Promozione che, visti i risultati delle classifiche americane, ha funzionato perfettamente (a dimostrazione del fatto che la Carey del tutto scema ancora non lo è!). Dopodichè è seguita la struggente cover, molto ben riarrangiata, di "I want to know what love is" dei Foreign, che ha goduto di un ottimo airplay anche in Italia (probabilmente proprio grazie alla sua esibizione ad "X-Factor"). Non ha invece beneficiato della stessa sorte il terzo singolo - "H.A.T.E. U" - che in pratica è stato totalmente IGNORATO dalle nostre emittenti radiofoniche. E comincia solo adesso a girare una versione differente di "Up out my face" con il feat. di Nicki Minaj, che non è propriamente il quarto singolo del disco quanto piuttosto il primo dell'imminente album di remixes, cioè "Angels Advocate" annunciato per marzo 2010 (ma ce n'era davvero bisogno?).
Che altro dire di questo dodicesimo album in studio di Mariah? In linea di massima l'ascolto è piacevole, e d'accordo suonano bene "Betcha gon' know" (il prologo), "H.A.T.E. U", "Angel cry" e "Standing O" (tra tutte, forse la migliore) ma non bastano nemmeno le firme di Terius "The Dream" Nash, di Christopher "Tricky" Stewart, di Cindy Lauper (!) o della buon'anima di Barry White (?) a far decollare il tutto. Le produzioni musicali sono pressochè PERFETTE, i volumi e il sound dell'intero lavoro sono IMPECCABILI, ma il risultato finale - comprese le interpretazioni vocali della nostra ex diva - è asettico, una somma artificiosamente patinata, che sembra di plastica! Si, "di plastica" come la sua interprete, le cui apparizioni live o da ospite in qualche talk show non coincidono con la forma che mostra nei suoi videoclip; roba che oramai - quasi quarantenne - potrebbe davvero permettersi di fregasene, tenendo conto del talento vocale di cui la natura le ha fatto dono. E invece c'è qualcosa di fondo che tradisce un evidente complesso, come nelle copertine e negli elaboratissimi booklet dei suoi CD, dove l'uso di Photoshop è talmente evidente (ed eccessivo) da risultare non solo ridicolo, ma imbarazzante. Con il risultato (e quasi mi dispiace dirlo) di renderla veramente PATETICA.

02. R. Kelly: "Untitled"
(Jive Records/Sony Music)

Se mi sono lasciato sfuggire un "piacevole" per il disco di Mimi, per il nuovo album di R. Kelly - ahimè - non posso che dire DELUDENTE. Questo non significa che l'album della Carey sia in qualche modo superiore a quello del nostro caro crooner di Chicago, sia chiaro; oggettivamente parlando, R. Kelly la batte su tutta la linea, ma quante più sono alte le aspettative di chi ama un artista, tanto più è grande la delusione per qualcosa che sa realmente di cialtronata!
"Untitled" è dunque il nono album del riconosciuto King of R&B (escludendo il primo con i Public Announcement e i due realizzati in coppia con Jay-Z) che evidentemente - dopo anni di performances ai massimi livelli - ha dato tutto ciò che poteva dare, ha esaurito la sua vena. Credo che per ogni artista vivente esista una sorta di parabola creativa dalla quale, una volta raggiunto l'apice, si può solo cominciare a scendere - inesorabilmente - la crina. In effetti già dallo scorso "Double up" del 2007 scrivevo: "il suo nuovo album è ben lontano dai suoi capolavori (“12 Play” del 1993 e “R” del ‘98) così come dalla svolta squisitamente soul di “Happy People” del 2004. È un buon prodotto R&B, d’accordo, ma niente di fondamentale, niente che aggiunga qualcosa di nuovo al suo valido percorso artistico". Idem questa volta, tre anni dopo. Nessuna vera innovazione, nessun "guizzo" di vera originalità come poteva essere la sola "Trapped in the closet" all'interno di "TP.3 Reloaded" (2005). Sembra davvero finita la sua era. Forse potrà smentirmi/stupirmi con il prossimo disco. Ma certamente NON con questo. Insomma: se è davvero questa la direzione che sta prendendo, allora da oggi in poi preferirei vederlo solo in veste di autore/produttore per altri, utilizzando a pieno quell'intuito musicale che ebbe in passato nello scoprire dei talenti puri come Aaliyah o Sparkle.
Ad ogni modo, parliamo un po' di questo "Untitled": quindici tracce che spaziano dal dancefloor al down-tempo, un'autocelebrazione che non necessita nemmeno di troppi ospiti, se escludiamo R. City nella rumorosa "Crazy Night", O.J. Da Juiceman nell'ipnotica "Supaman High" e Tyrese (assai bravo), Robin Thicke e The Dream (guarda un po', uno dei produttori della Carey) in "Pregnant", che - oltre a chiudere il disco - è anche uno dei suoi brani migliori. Se dovessi davvero salvare qualche pezzo, salverei le ballate come "Exit", "Echo" e "Text me", o un ultimo barlume dei vecchi fasti come "Religious"; per contro, mi chiedo come un musicista che per così tanti anni ha dimostrato tanta capacità e gusto, possa poi comporre vere e proprie CAFONATE danzereccie (di basso livello) come "I love the DJ" o "Be my #2"!
L'omologazione del peggior R&B possibile si palesa proprio in quello che dovrebbe essere il brano di punta dell'intero album, cioè "Number One" cantata insieme alla brava Keri Hilson, ma che - nella sua ovvietà - sarebbe addirittura possibile SOVRAPPORRE a "Ribbon" di Mariah Carey (la quinta traccia di "Momoirs") facendole girare insieme sui due piatti, in termini ritmici e sonori, nell'idea compositiva/produttiva di base. Mah.
Della serie: provaci ancora, Robert.
C'erano sicuramente più dedizione e più convinzione in "I believe", il pezzo dedicato alla vittoria di Barack Obama.

03. Alicia Keys: "The element of Freedom"
(Jive Records/Sony Music).

Discorso ben diverso, infine, per Alicia Keys.
Giunta al suo quarto album, le sue skills sono tutt'altro che esaurite.
Dopo aver scritto la più bella canzone dell'ultimo album di Whitney Houston, dopo aver duettato con Jay-Z nella potentissima "Empire state of mind" (tuttora passata molto per radio) è nuovamente il suo momento: "The element of Freedom" esce in doppia versione CD o CD+Dvd in tutti i negozi del mondo, per riportarci il talento vocale e compositivo di Alicia in tutto il suo splendore! L'intero album è semplicemente bello da ascoltare, dalla prima all'ultima traccia (cioè la quattordicesima, che poi non è altro che una nuova versione di "Empire state of mind" senza Jay-Z, eseguita quasi interamente al pianoforte, se possibile ancora più emozionante). Ma ripartiamo dal primo brano, con una brevissima premessa: in tutto il nuovo lavoro della Keys aleggia un sound molto anni '80, qualcosa che lo permea nelle batterie, nei sintetizzatori, nelle chitarre lontane (alla Phil Collins, per dire, proprio come "In the air tonight" stava al "Miami Vice" televisivo), che non posso immaginare casuale o involontario; unito alla matrice soul/R&B caratteristica dell'artista newyorchese, ne scaturisce qualcosa di davvero originale e funzionale.
Dopo "Element of Freedom" che funge da INTRO, con "Love is blind" Alicia ci proietta immediatamente nel suo mood, fatto di cuore e sangue, fatto di strada e asfalto. A seguire, lo straordinario primo singolo - "Doesn't mean anything" - una ballata "in crescendo" che gira interamente sull'armonia portante del piano. La quarta traccia è "Try sleeping with a broken heart", che trovo una delle più belle dell'album, che nel cantato delle strofe (non del refrain) ha un che di Prince, lo suggerisce a livello evocativo. Così come la seguente "Wait til you see my smile", che - nelle tastiere, nelle batterie e nei controcanti - riporta alla mente lo stile delle Wilson Phillips (ricordate "Hold on"?). Ancora atmosfere struggenti e pulsanti con "That's how strong my love is" e "Un-thinkable", fino alla più reggaeggiante "Love is a disease". Divertente poi il duetto con Beyoncè nella scatenata "Put it in a love song", quasi a restituire il favore al marito della Sig.ra Knowles-Carter. Per non star qui a citarle tutte (che comunque lo meriterebbero) ancora grandi emozioni in "Distance and time", una canzone d'amore assoluta dedicata a tutti coloro che la vita costringe a separazioni nei luoghi e nei tempi.
Con "The element of Freedom" Alicia Keys si conferma nuovamente come una delle più grandi artiste della black music contemporanea, capace di toccare l'anima e mettere d'accordo sia gli estimatori del soul più tradizionale che i fruitori dell'R&B più moderno/commerciale. Da fuoriclasse quale è, non si limita alla semplice interpretazione: Alicia scrive, produce e suona le sue canzoni (in questo disco, insieme a Jeff Robinson, Peter Edge e Kerry "Krucial" Brothers), e se mai dovesse capitarvi di vederla suonare dal vivo seduta davanti al suo pianoforte - così come è capitato a me nel 2005 - allora probabilmente capirete a pieno, solo in quel momento, la vera essenza della sua cifra stilistica. Da brivido.

• Mariah Carey, come gli accessori nello shopping = DECORATIVO
• R. Kelly, solo per gli estimatori incalliti = COLLEZIONISTICO
• Alicia Keys, assolutamente da non perdere = IRRINUNCIABILE

giovedì 28 gennaio 2010

Benefits [1].



- "Che bellini! Hai mai pensato che se magari li pubblichi diventi famoso?"

Ogni volta che mi interfaccio con un nuovo ambiente, anche professionale (come in questo caso), mi toccherebbe spiegare tutto daccapo.
Ma valle a spiegare che sono già diciasette anni che pubblico i miei fumetti. Valle a spiegare che - nonostante questo - non sono "famoso". A lei, che i fumetti nemmeno li conosce, o che se anche ne legge qualcuno (Dylan Dog? O qualche manga?) è molto difficile che possa conoscermi, anche se il ragazzo di sua cugina "sai è davvero bravo a disegnare!". Valle a spiegare che comunque non li ho mai pubblicati per "essere famoso"...

Mi sento già abbastanza PRIVILEGIATO nel campare, se possibile, con le mie passioni.
Grafica, giornalismo musicale, fumetto. Roba talmente EFFIMERA che è quasi da INCOSCIENTI tirarci su una famiglia!
Soprattutto se tutte le tue scelte - tanto stilistiche quanto etiche, testardamente a zero compromessi nonostante i trentanove anni trascorsi - sono sempre state, nel tempo, tutto ciò che NON SI DOVREBBE FARE per "diventare famosi" (come mandare a cagare un noto di figlio di papà, anzi volevo dire il noto figlio improvvisamente direttore della nota casa editrice romana fondata dal suo serio papà, proprio nel momento in cui l'affermazione stava affacciandosi alla porta tramite loro). Ma tant'è.
Lo scopo non è mai stato il successo, nè tantomeno quell'illusoria gratificazione economica che ne può conseguire (che peraltro puoi comunque raggiungere anche senza "essere famoso").
No, lo scopo è vita altra. Fatta di tante cose, anche meno eclatanti.
Lo scopo è utilizzare le tue passioni ed il tuo eventuale talento (quando c'è) come mezzo per vivere, che è già tanto.
Possibilmente anche per vivere BENE.
Uno status che - lo ripeto - non è rappresentato esclusivamente dall'essere "famoso" (?) e/o dalla propria condizione economica. Ci mancherebbe.
Di cos'altro sto parlando, allora?
Di amore assoluto, armonia e spiritualità?
No. Stavolta non mi riferisco a concetti così puri ed astratti.
Stavolta, perdonatemi, il mio discorso è assai più pratico.

Faccio un esempio: molte delle cose migliori che derivano senza ombra di dubbio delle mie attività sono certi benefits che le caratterizzano.
Tanti piccoli particolari (spesso nemmeno così piccoli) che fanno la differenza.
Un argomento, questo dei benefits, su cui tornerò a breve.

mercoledì 20 gennaio 2010

Quando il cinema è davvero grande.



Tra i miei dieci film preferiti di sempre - si, di sempre! - c'è "Una vita al massimo" di Tony Scott (titolo originale "True Romance", molto più bello) del 1993, con la sceneggiatura di un certo Quentin Tarantino e una caterva di attori uno più bravo dell'altro: Christian Slater, Gary Oldman, Patricia Arquette, Val Kilmer, Brad Pitt, Samuel L. Jackson, Chris Penn, Christopher Walken e Dennis Hopper.

Ecco, proprio questi ultimi due interpretano magistralmente - da grandissimi fuoriclasse quali sono - quella che probabilmente è la più bella sequenza cinematografica degli ultimi diciasette anni, per dialogo, per regia e luci, per musica a atmosfera, per fotografia (splendida), per sguardi e tempi recitativi pressochè perfetti.
Il discorso che fa Hopper sulla dominazione dei Mori in Sicilia è molto simile, per concetto, al testo di "Figli di Annibale" degli Almamegretta.
Da notare tra l'altro James Gandolfini a.k.a. Tony Soprano tra gli scagnozzi di Walken.

Se non lo avete mai visto, tantopiù considerando che non è mai stato pubblicato in dvd, dovete davvero scaricarvelo e rimediare a questa grave lacuna.

Nel frattempo GODETENE da questa singola scena di circa quattro minuti e mezzo.
Anche perchè erano anni che volevo postarla!!! ;)

domenica 17 gennaio 2010

Sacco o Vanzetti.



ENTRO • Che considerassi Kento il più talentuoso della sua precedente compagine (gli Inquilini, con 4 album all'attivo!) è qualcosa che non ho mai nascosto; infatti, aldilà delle soggettività che si possono attribuire a tecnica e stile, lo spessore delle sue rime e la coscienza politica di matrice militante che permea la sua scrittura è qualcosa che lo ha sempre accostato alle mie corde, certamente più di molti altri, non fosse altro che per il mio retaggio antagonista. Detto questo, mi fa comunque sorridere la definizione "il primo disco italiano che sa essere politico senza essere partitico" coniata dal giornalista che ha intervistato Kento per "Groove" di gennaio 2010, visto che la militanza dei movimenti di base (anche delle posse, per intenderci) è per sua stessa natura extraparlamentare, quindi al di fuori di qualsiasi logica di partito.
Ad ogni modo, i più attenti dei miei lettori avranno sicuramente notato la pubblicità del suo album di esordio da "solista" per la Relief Records nella quarta di copertina dell'ultimo numero del Massacratore ("San Giorgio e il Drago"); il disco è uscito nei negozi da almeno un mesetto, quindi è con colpevole ritardo che mi accingo a scrivere questa recensione (scusa, Francesco!) ma finalmente ci siamo. E quindi, bando alle ciance, si aprano le danze...


Kento: "Sacco o Vanzetti"
(Relief Records Europe).

"Sacco o Vanzetti" è dunque il primo album di Kento, reggino di nascita ma oramai romano di adozione (o meglio: accolto tra le calda braccia di Roma) già negli Inquilini, già nei Kalafro Sound Power, già sui microfoni infuocati di mille palchi dal nord al sud dell'Italia, da almeno una decina d'anni. Bene, ora è il suo momento, quello preparato da tempo (io stesso avevo avuto modo di ascoltare una advanced copy di questo disco almeno un anno fa); il CD è assai stiloso sin da confezione e grafica, essenziale ed elegantissima.
Apre con il botto la potente INTRO: "Street knowledge, intelletto e spiritualità, è così che sopravvive la realtà... l'evoluzione della rivoluzione è dentro l'anima", come una chiara dichiarazione di intenti. Della traccia che dà il titolo all'album avevo già parlato QUI; il pezzo - già di per sè ricco nelle liriche e nella composizione musicale (con un pianoforte che gli imprime un'identità molto mediterranea) - è impreziosito nel refrain dalla bella voce di Taiyo "Hyst" Yamanouchi. Segue "All'orizzonte", dove Kento si dimostra un capace storyteller: è la sua storia, ripercorsa passo dopo passo, da Reggio alla Capitale. Un percorso di crescita e di tenacia, sia in termini umani (la vita in Calabria, il rapporto con le sue realtà malavitose viste attraverso gli occhi di un ragazzino, l'emigrazione familiare per motivi di lavoro, l'impatto con la grande città, la nostalgia ed il legame fortissimo con la propria terra d'origine) che professionali (l'università, la politica, il precariato, la ricerca di una maggiore solidità economica, la musica che purtroppo non paga ancora il mutuo di casa): "Mille palchi, mille fatti, mille scazzi e continuavo a cercare il mare in mezzo ai palazzi. Lavoro da precario ben oltre l'orario, scrivevo ma le rime non pagavano il salario. E adesso sono grande, ho un mutuo sulle spalle, e nessun capitale se non cervello e palle!".
Mi piace moltissimo la base di "So che ci sei", così solare, che nella sua fluidità (anche metrica) poteva tranquillamente essere il singolo di punta da estrarre dall'album. Il ritornello è cantato da Martina May, un bella voce femminile, sicuramente più idonea rispetto a quella presente nella versione che conoscevo già. E poi che stile: "Lingua popolare come il patwa in Giamaica, e accompagna James Brown alla jam di Biggie, Coltrane, Miles Davis, Tupac".

"Stalingrado" è la seconda traccia del disco a meritarsi il suo bel videoclip (peraltro interpretato anche dall'attore Francesco "il Libanese" Montanari, che posterò non appena verrà rilasciato): è un pezzo duro e potente, dagli incipit molto espliciti: "Spingo chi ha i concetti, non chi dice di averceli"... che altro dire? Da "Lucy in the sky with diamonds" dei Beatles ai "Guerrieri della notte" di Walter Hill, da Otis Redding a John Coltrane: "Non cambio una parola perché me l'ha detto un manager. L'etichetta fashion non apprezza il mio progetto, ma le mie rime non le pagano, quindi non hanno prezzo. Un rapper sa che è meglio un lavoro precario che dare il culo per un contratto e i passaggi in radio". Allora la musica è l'ultima trincea di Stalingrado. Ultima trincea ed unica possibile salvezza. Si, la musica come mezzo di salvezza, un concetto che torna spesso in questo disco, in modo più o meno palese, anche in altre tracce come "Nel mio mondo" o "Un giorno mi hai chiesto di spiegarti cos'è". Ecco, arriviamo proprio a questo, che forse - personalmente - ritengo il pezzo più bello di tutto l'album. Difficile spiegare con le parole la suggestione poetica che trasmette. C'è spiritualità, ci sono speranza e trascendenza, c'è una sorta di fede laica (non a caso Kento abbraccia il Rastafarianesimo, e mi si perdoni se ho utilizzato il termine in modo inappropriato); il ritornello cantato in spagnolo da Laryssa (che suona come avesse i solchi di un vecchio vinile) concorre al sapore trasognante dell'intero brano. Traducendolo, scopro che recita: "Nell'estate della vita, mentre corri, il vento ti ricorda che sei vivo, e gli alberi ti ricordano che sei parte del mondo". Bella l'idea. E non solo, perchè citerei anche: "È Zion per i rasta, Francesco per mia madre, libertà per mio nonno dopo un anno dentro un lager"... e ancora: “Era Montale quando scrisse dei limoni, Miles Davis che toglieva note dagli assoli". Davvero sorprendente.

"Poeta Laureato" sono tre minuti e cinquantotto secondi di rap senza concessioni e senza ritornelli. Una base looppata che ci riporta per strada (come fossimo a New York) per un fiume in piena di rime e pure skills. Pausa. "La verità" mi aveva catturato sin dalla sua precedente versione, per come parla di "lei" (della verità, per l'appunto) come fosse qualcosa di fisico, una terza persona singolare. Anche "Nel mio mondo", questa bella immagine metaforica dove il Che non è morto in Bolivia, dove John Belushi non si buca, dove Anakin Skywalker batte il lato oscuro della Forza, è un pezzo che ho amato sin dal primo ascolto, per il suo vigore, per il suo acume, in fondo anche per un ottimismo percepibile tra le righe. Non ultimo, anche per la sua limpida produzione musicale.
Aldilà del facile richiamo a Pavese (uhm, facile?) "Avrà i tuoi occhi" è un'altra bella prova di storytellin', che ci proietta in piene atmosfere da film gangster. No, anzi, mi correggo: in un romanzo hard boiled di Dashiell Hammett!!!

C'è ancora spazio per "Il reale e l'astratto", dove Kento è in compagnia di Easy One e Masta P. Poi un OUTRO che in pratica è una vera e propria ode a Bob Marley, dove si sottolinea il semplice concetto di base che "La musica è musica". E ben due bonus tracks finali, la cinematografica "Ciò che non siamo" con Karma e la potentissima "(A)" dove - oltre Indo e Levante - fa capolino anche un certo Chef Ragoo, per un'ultima ondata corale di rime taglienti.

L'album di Kento è un lavoro maturo e consapevole. Ottime basi (quasi interamente prodotte da Matteo "Peight" Vitagliano, ma con contributi sparsi di Dj Fuzzten, Torpedo, Dj Jack, Dj Fakser, Climaco e Nello "One Drop" Nobile), un suono pulito (merito della masterizzazione negli studi di Brooklyn della Relief?) e soprattutto testi molto più solidi e colti della media del rap italiano che abitualmente ascoltiamo. Cosa che - per paradosso - potrebbe limitarne la sua stessa commerciabilità; quindi (proprio per evitare un'ipotesi del genere) se avevate posto per un solo disco di rap italiano nel vostro carrello... beh, acquistate questo!!! E poi ne riparliamo.

ESCO • Dopo aver ascoltato per intero "Sacco o Vanzetti" più e più volte, dopo averlo assorbibito, fatto mio rima per rima sullo stereo di casa, in macchina o nel Mac che ho in ufficio, posso davvero ribadire che - nonostante non avessi alcun dubbio al riguardo - davanti ad un lavoro con una cifra stilistica del genere, sono ORGOGLIOSO di avere Kento come amico. Sei un grande, compare! ;)

venerdì 15 gennaio 2010

Haiti, quando la Terra trema.


Le proporzioni di ciò che è successo ad Haiti sono talmente titaniche che non ho davvero parole per descrivere il mio reale stato d'animo. Da sempre, quando penso ad Haiti penso a Wyclef Jean, non solo per i suoi natali, ma anche e soprattutto per la profusione dell'impegno umano che non ha mai smesso di dedicare alla sua sfortunata terra, perorando in prima persona, spesso fisicamente, le situazioni sociali più tragiche, le persone che vivono nella povertà più assoluta, i rifugiati politici, i bambini.
Quindi, non avendo adeguate parole, preferisco usare le sue.
L'altra sera era ospite alla CNN. Oggi, mentre tutto il mondo dello spettacolo statunitense - attori, cantanti, presentatori - comincia a mobilitassi nell'organizzazione di grandi maratone televisive (che ben vengano, sia chiaro, se servono a raccogliere fondi immediati) lui, Wyclef, è già a Port-Au-Prince, per strada, a scavare tra le macerie e recuperare corpi.

Bisogna assolutamente fare qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Non fosse altro che per quei cinque dollari. Ognuno come può, ognuno a proprio modo. Subito.

lunedì 11 gennaio 2010

Like Peter Pan...

Ipotesi di un dialogo.



- "Ma perché fai continuamente di 'ste cazzate, Sergio?"
- "Perché a differenza di voi, nonostante vada per i quaranta io sono giovane dentro!!!"
- "Giovane dentro? No, caro mio, essere "giovani dentro" è un'altra cosa: significa non spegnersi, non arrendersi ad un sistema che vuole omologarci, conservare sempre un spirito creativo, non abbandonare mai le passioni e gli interessi che da sempre ci caratterizzano… è questo, casomai… tu non sei "giovane dentro", Sergio, sei semplicemente infantile, un immaturo cronico bloccato nella sua eterna adolescenza che si rifiuta di crescere e di cambiare. Fondamentalmente, sei un povero coglione".

domenica 3 gennaio 2010

De Mater Morbi.

O anche di "Dylan Dog" n°280, anche se questa NON E' una recensione.



E' necessario premettere che io NON SONO un lettore di Dylan Dog, per cui non posso fare confronti e/o paragoni con la storia di questo personaggio (e dei suoi autori) ma semplicemente giudicare un fumetto di 96 pagine per ciò che è, nella sua scrittura e nei suoi disegni, come fosse un volume autoconclusivo. Questo "Mater Morbi" è il n°280 della serie regolare, e tenete conto che è IL PRIMO che acquisto in vita mia. Ho deciso di prenderlo sull'onda delle lodi che sto leggendo in rete, che ne parlano come "un capolavoro"; e ovviamente (sarebbe sciocco negarlo) anche perchè è scritto da Roberto Recchioni, che - ridendo e scherzando - conosco da più di una decade, da ben prima della Factory e - cresciuto sotto l'ala protettiva del buon Bartoli - dell'indiscutibile affermazione professionale (leggi: successo) di cui gode oggi.
Lo dico con estrema schiettezza, proprio perchè questo wonder boy che sembra sempre incantare tutti, a me doveva ancora stupirmi, e non ho mai nascosto che - secondo la mia opinione, assolutamente soggettiva - nella nostra bella Factory il VERO fuoriclasse era (ed è) un altro, uno che magari non batte il Rrobe nazionale nella sottile arte della comunicazione web, uno che per sua stessa natura si mantiene più low profile, ma che in termini di TALENTO nella scrittura (nella continuità, nella qualità costante delle sue produzioni) manda a casa ogni altra rockstar del fumetto nostrano, marchettari compresi.

Ad ogni modo, quando dico che Roberto "doveva ancora stupirmi", parlo fondamentalmente del suo stile e dei suoi spesso sopravvalutati temi. Questo per dire che, tecnicamente parlando, lo considero un grande professionista, molto acuto, molto preparato, molto paraculo (elemento imprescindibile se si vuol fare strada in questo settore) con efficaci strumenti affinati negli anni. Molto abile nei dialoghi, nonostante immancabili stereotipi di matrice statunitense, che arrivano puntuali come battute tratte dal loro cinema, dalla loro televisione.
Conoscendo Roberto di persona (peraltro molto più di quanto lui stesso possa credere) e conoscendo i suoi gusti letterari, televisivi, cinematografici e videoludici, e non dico tutte ma molte delle sue fisse maniacali, io nelle sue storie a fumetti ho sempre trovato una eccessiva impronta referenziale ai generi che ama, che lo rendono per l'appunto un cosiddetto "autore di genere".
Ma è un gioco che dura poco: una volta che - tramite la conoscenza diretta e/o il suo blog - impari a conoscere/riconoscere uno ad uno suddetti generi (che poi guarda caso sono sempre gli stessi) il meccanismo della citazione alla citazione ha vita breve. Di fatto, diventa un fumetto che si nutre di altro fumetto, di serial TV, di un certo noir, di certa fantasy o SF, di certa action, di immancabili vampiri zombies e femmes fatales, anche quando vengono ambientati nel far west o a Caporetto. Sorvolando sul fatto che a me piace un altro tipo di fumetto, l'ho sempre trovato un esercizio assolutamente sterile, soprattutto per chi quei generi può tranquillamente gustarseli già dalle loro fonti originali.
In pratica è puro intrattenimento fine a se stesso, qualcosa che in fondo lui stesso - quantomeno concettualmente - difende a spada tratta. Ma che a me, da lettore, non basta. Tante citazioni, tanta azione, poca sostanza. Mi è successo sia con "John Doe" (sin dai primi 6 numeri, che mi aveva regalato lui stesso) che con "Battaglia" (aldilà degli splendidi disegni di Leomacs), fino a "Ucciderò ancora Billy the Kid" (forse la sua prova peggiore) e il recente "David Murphy 911" (che se devo leggermi una specie di Jack Bauer più sfigato, allora tanto vale che mi vada a vedere direttamente "24", no?); gli unici "guizzi" di vera originalità mi è capitato di trovarli casomai in qualche storia breve su "Skorpio" o "Lanciostory", ma su questo rischierei di dilungarmi eccessivamente.

Quindi torniamo a "Mater Morbi", su.
Perchè stavolta, forse per la prima volta, Roberto MI HA STUPITO.
Ha preso un personaggio ben più che popolare, e - utilizzandolo come un mezzo (senza snaturarlo minimamente) - ha raccontato una storia che non è nemmeno un'avventura, ma comunque una storia con i controcoglioni!!! Nei dialoghi, nelle riflessioni, nelle atmosfere cupe, nel senso di angoscia che permea tutto l'albo dalla prima all'ultima pagina. Potrei anche parlare delle STRAORDINARIE tavole di Massimo Carnevale (che sta probabilmente delineando il Dylan Dog assoluto), ma non adesso.
Adesso è il momento di riconoscere il merito di Roberto, soprattutto per come ha gestito l'argomento e la sua narrazione, affrontando un tema come la malattia - che ahimè conosce sin troppo bene - senza cadere nella facile retorica. Chi lo conosce, sa che all'interno di quelle didascalie c'è lui, assolutamente lui. E' Roberto al 100%, con il suo dolore, il suo cinismo, la sua profondità. Nelle rifelssioni di Dylan, nelle parole di Vincent, nella spietata ragione di Mater Morbi. Ed è proprio questo che ho apprezzato maggiormente: il mettersi completamente a nudo, esponendo il suo pensiero, abbandonando almeno per una volta i generi. Mettersi in gioco come persona con il risultato di centrare una grande storia come autore. Probabilmente la migliore che abbia mai scritto fino ad oggi.
Il prezzo da pagare nel raccontare cose di questo tipo all'interno di un contenitore seriale/popolare è ben poca roba. Mater Morbi poteva non essere la solita gnocca mezza nuda, d'accordo, così che Dylan non ci finisse inevitabilmente a letto. Ma - ripeto - rispetto alla qualità dell'insieme, sono particolari di poco conto, roba che ad un certo punto nemmeno importa più che sia una storia di Dylan Dog. E' un gran bella storia a fumetti, introspettiva, toccante, che invita a più riflessioni, sia di natura pragmatica (sul nostro sistema sanitario, per esempio) che etica, scritta da un Roberto in grande forma (che, detta così , in effetti sembra quasi un paradosso).

Nel chiudere con i miei più sinceri e DISINTERESSATI complimenti (nel senso che non mi servono favori e/o presentazioni, non ho tavole o sceneggiature da mostrare, non cerco pubblicazioni con suoi amici editori, etc. etc.) a questo punto l'unico "problema" che resta, per modo di dire, è che da "Mater Morbi" in poi per lui saranno veramente cazzi...

giovedì 31 dicembre 2009

Have a good new year...



Auguri a tutti!!! :)

martedì 29 dicembre 2009

Why nobody talks about her?



Rest in peace, Brittany.